sabato 1 dicembre 2007

AFORISMA

L'ozioso è uno che mette tantissima passione in quello che non fa.

(l'aforisma è mio e chi lo copia che gli possano cadere tutti i capelli)
(luca zingaretti è uno di quelli che l'hanno copiato)

lunedì 6 agosto 2007

DEDICATO AD UNO STRONZO DAL NOME IMPORTANTE

La nostra percezione del mondo esterno ha qualcosa a che vedere con il nostro atteggiamento interno. Forse la nostra mente crea alibi basati sulle circostanze esterne che riflettono quel che proviamo dentro.

Il di fuori e il di dentro non sono magari così distanti.

Domanda che pongo solo ai lettori più intelligenti: sono buoni solo quelli che fanno cose che ci piacciono?

L'intelligenza. Un male involontario.

Quand'ero piccolo veniva Alfio a casa nostra, il barbiere. Veniva a tagliare i capelli a tutti. Allora era una festa, quando veniva Alfio, a turno ci mettevamo in bagno su una sedia e lui ci sistemava un asciugamano intorno al collo (ruvido ruvido, ma perché mia madre non usava l'ammorbidente?) e sfricche sfricche, sforbiciava, sfricche, con quelle forbici strane da barbiere, sfricche, ci veniva da via Barberini dove aveva la bottega, sfricche, noi abitavamo lontano, sfricche, lontanissimo da via Barberini, sfricche, e lui veniva, la domenica, a sforbiciare, sfricche, con il suo pettine di corno, sfricche, e le forbici strane, sfricche, poi quando andava via restava l'odore di lacca ed il rumore di sfricche, nell'aria. Domanda che pongo solo ai miei genitori: ma perché non siamo andati noi dal barbiere come tutti i bambini?

La testardaggine. Vizio insopportabile. Bisogna riuscire a riconoscere quando la propria idea non è buona quanto si credeva ed avere il coraggio di abbandonarla, ma non è facile. Mi viene in mente il sistema indiano per la cattura delle scimmie: si lega una noce di cocco ad un palo; la noce ha un foro sopra abbastanza grande perché possa entrare la mano di una scimmia; dentro la noce si mette del riso. Tutto qui. Succede che la scimmia infila la mano nella noce ed afferra il riso. Con il pugno chiuso la mano non esce più dalla noce di cocco e la scimmia non molla la presa, finché non viene catturata. Questo è il punto pazzesco: la scimmia non riesce a stimare correttamente le entità in gioco, non capisce che il valore della sua vita è maggiore rispetto al valore del riso conquistato.

Ma abbiamo ragione noi umani a considerare la vita il valore più prezioso? Se dovessimo rispondere pensando che il valore delle cose è proporzionale alla loro rarità, dovremmo ammettere la volgarità della vita, in quanto comune. Questo è vero solo se consideriamo gli esseri viventi come una massa indefinita di vite sparse. Ma dal punto di vista soggettivo, facendo un primo piano di una singola vita, non è così. Il punto di vista cambia la percezione delle cose, ma non le cose, che sono sempre le stesse. E qui torniamo alla domanda per intelligenti di prima: sono buoni solo quelli che fanno cose che ci piacciono?

Stronzo dal nome importante, ti dico: male ti camuffi da uomo buono e non lo sei; io mi camuffo da cattivo e non lo sono. Forse tu sei destinato al paradiso, allora io all'inferno; di sicuro, e per fortuna, non ci incontreremo mai.

IL SIGNOR BODONI

1760, Roma. E' mattina presto e c'è odore di polvere bagnata, 'ché piove. Passa una carrozza lenta lenta e tintilla un campanello, è il direttore della banca che arriva. La città in bianconero si sveglia piano, non c'è chiasso, quasi. C'è una bottega aperta con una vetrina pulita ed una scritta, in alto: TIPOGRAFIA. Entriamo.

Un uomo con un cappello strano lavora: legge da un foglio scritto a penna, prende delle barrette di metallo da una cassa, le sistema in sequenza in una scatola. Le sue dita sono grosse, nerastre e piene di esperienza, volano con la delicatezza di un'ape che impollina; è il compositore. Preleva i blocchetti di piombo dalla cassa, li allinea sul compositoio, quasi non guarda. E' il capo che ha deciso gli spazi tra le parole, e tra le righe. I caratteri nella cassa appartengono tutti allo stesso alfabeto e sono divisi secondo uno schema rigoroso. In cassa bassa quelli più usati, le vocali, poi le lettere minuscole, ed i segni di interpunzione. In alta cassa ci sono le lettere maiuscole, quindi i caratteri speciali. L'uomo allinea le lettere, plic plic, si fanno parole, plic plic; alla fine della riga, stringe i morsetti con il serraforma e continua sotto, plic plic; quando il compositoio è pieno, lo manda al torchio e ne inizia un altro. Plic plic.

Un ragazzo inchiostra i rulli con una spatola, c'è inchiostro ovunque ed ovunque nerofumo. E' il capo che ha deciso le giuste dosi ed impastato l'inchiostro, solo lui lo fa così bene. L'odore di petrolio a cui tutti si sono abituati, pervade l'aria. Senti?

Il signor Bodoni esce dal suo ufficio e controlla il lavoro. C'è qualcosa che lo infastidisce, sarà la stampa dell'ultima enciclica papale misteriosamente scomparsa, o forse la forma troppo frivola del carattere Times, qualcosa di insondabile lo disturba, sarà quel dolore alla spalla che gli viene tutte le volte che piove, o la distanza assurda che c'è tra la A e la T maiuscole, una voragine, non c'è armonia, non c'è affatto armonia. Cosa c'è che lo rende nervoso non si capisce, sarà quella scritta con l'occhio troppo fino? Poi si ferma e guarda fuori. La pioggia riprende a battere sui vetri, tic tic, il compositore allinea i caratteri, plic plic, il signor Bodoni guarda fuori.

Gli sta per venire un'idea, e noi lo sappiamo.

Da qualche posto lontanissimo è già partita la scintilla che lo attraverserà totalmente, come fanno tutte le buone idee, e lui sgranerà leggermente gli occhi, una impercettibile reazione silenziosa, non se ne accorgerà nessuno tranne noi, che lo sappiamo, e in un istante il destino avrà scritto il suo nome nel Grande Libro.

Per ora il signor Bodoni guarda fuori. Ma non vede. Il suo sguardo drittissimo taglia tutto, entra nelle cose e le supera, senza seguire la curvatura della terra vi entra dentro, passa accanto ai vermi e all'argilla, accanto alle ossa dei nostri avi, ai piatti di ceramica degli Unni, ai fanoni delle balene, passa accanto all'acqua antica e buca e buca e non si ferma davanti alla storia, attraversa il passato quieto e sepolto, lo supera. Tic tic, plic plic. Tic. Plic.

Ma, oh! eccola, arriva arriva, è qui, entra! La piccola scintilla, sfavillante e densa, l'idea che noi sapevamo, gli passa sopra e dentro, lo elettrizza e in un brivido gli cambia il futuro, cambia il soggetto e l'oggetto, che sono la stessa cosa alfine, e che non sono più.

Il signor Bodoni si gira e torna nel suo ufficio, sembra lo stesso uomo di prima ma non è così, il suo nome è già scritto nel Grande Libro della storia, lui deve solo fare ciò che deve fare, nient'altro che questo, tutto è pronto e lui obbedisce e segue docile il suo destino. Chiude la porta, abbassa le tendine, si mette al lavoro. Piano piano la tipografia si svuota, escono i lavoratori, le macchine si fermano, resta l'energia invisibile del lavoro svolto, le cose cariche di ciò che c'è stato, fogli di piombo accatastati, armadi pieni di cassetti pieni di casse piene di caratteri, e qui attrezzi, e lì strumenti, e inchiostri e nerofumo.

Il signor Bodoni è stato catturato da un'idea e credendo di averla avuta dovrà seguirla. E' ciò che pensiamo di avere che possiede noi, in realtà. Come un'idea, buona o cattiva, che mai sarà soltanto nostra ma anche di tutti quegli altri che non l'hanno avuta per primi, magari nemmeno l'hanno capita fino in fondo, ma l'hanno condivisa.

Il signor Bodoni disegna. Disegna un carattere armonioso che porterà il suo nome, e sarà generoso di spazio ed avrà rotondità e grazia, e fuselli e filetti; fonderà lui stesso le forme scegliendo le dosi dei metalli, li rifinirà uno ad uno, limandoli con la delicatezza di una mamma, e userà quel carattere nelle sue stampe perfette, celestiali, lo farà bellissimo, lo farà eterno.



martedì 31 luglio 2007

...e poi ci incontreremo come le star
a bere del whisky al roxy bar
oppure non ci incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai
ognuno col suo viaggio ognuno diverso
ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi...

(Vasco Rossi)

Ho ascoltato tante volte questa canzone che stamattina canticchiavo, senza un motivo particolare, come tante altre volte. Solo che, a differenza delle altre volte, solo oggi l'ho capita.

Succede che ad alcune canzoni non si fa caso, non subito. Devono prima entrare dentro, seguire come un percorso, nell'apparato uditivo-digerente, metabolizzarsi, sedimentare.


E ci sono persone, tante, che non rivedrò più (in questa vita), ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno perso dentro i fatti suoi...

mercoledì 25 luglio 2007

SATCHMO

(da un vecchio scritto)

Io dico che siamo veramente brutti dentro. Non per l'anima, ma i componenti! Prendi il pancreas, per dire. Ti pare il nome di una roba bella? Sarà una spugna carnosa unta e gorgheggiante, roba da rivoltare le budella. Per non parlare dell'intestino crasso! Tralasciamo la posizione indove mi sta, ma fa schifo pure di nome. Però mi ricorda una canzone di quando ero piccolo, che un signore nero nero cantava in italiano: "Donna crassa crassa, che ride quando passaaa, donna crassa crassa piace a meeee".

Questo signore nero nero dichiarava di essere nato il 4 luglio del 1900, ma la data di nascita esatta è il 4 agosto del 1901. Il 4 luglio è festa nazionale in america e forse lui ci teneva ad essere nato in un giorno di festa. E l'anno in più che si era dato servì probabilmente per farlo figurare più grande e permettergli quindi di accedere prima alle bettole della sua città.

Dunque il 4 luglio 1901 nasce questo bimbo nero nero, in un quartiere malfamato di New Orleans zeppo di bordelli, puttane e bande criminali: Storyville. Ci lavoravano oltre duemila prostitute, e il pappone più importante della città ne stilava annualmente un elenco con tanto di valutazioni estetiche e qualitative.

Il bimbo nero nero è figlio di una domestica e di un padre frettoloso di scomparire per sempre. Vive girando per le vie della sua sudicia città, senza istruzione né educazione né il becco di un nichelino. Ama la musica e canta con irruenza e grinta; più che canzoni le sue sono urla di disperazione, grida improvvisate e storte. Molto improvvisate, e molto storte.

All'età di dodici anni, per festeggiare un capodanno, una notte ruba la pistola ad un tipo mentre questi s'intratteneva con la madre, e spara giocosamente qualche colpo in aria. Viene subito arrestato e chiuso in riformatorio per quasi due anni.

Lì dentro inizia a cantare, a squarciagola, nel coro della prigione. C'era già allora, nei suoi canti smodati, quel tocco di improvvisazione che è il fulcro ed il gusto della musica jazz. Un giorno una guardia che lo aveva preso in simpatia gli regala una cornetta tutta ammaccata, e gli insegna i primi rudimenti di questo curioso strumento, ignaro d'aver così dato l'abbrivio alla formazione musicale di una leggenda della musica, l'impersonificazione del jazz, ineguagliato fantasista nero, il più estroso geniale commovente indicibile eccentrico brillante originale appassionante conturbante suonatore di tromba di tutti i tempi, Louis Daniel Armstrong.

Louis innalzò per la prima volta ad arte ciò che era, e probabilmente sarebbe rimasta sempre e appena, una spumeggiante musica d'intrattenimento, radicata nel folklore del profondo sud degli Stati Uniti d'America.

All'uscita dal riformatorio, per procurarsi da vivere Louis vende giornali, scarica barche, trasporta carbone. Nel tempo libero va ad ascoltare la musica nei malfamati locali della città. Il suo idolo è un suonatore di tromba, tale Joe "King" Oliver, che Louis eleva a padre putativo e chiama "Papa Joe". E' Oliver a regalargli il suo primo vero strumento musicale: una tromba nuova; a mostrargli le meravigliose possibilità dell'improvvisazione jazz; a permettergli di suonare in una band, la sua, e davanti al pubblico, il suo.

Successivamente Oliver si trasferisce a Chicago e il giovane Louis continua a suonare con diverse band nei bassifondi di New Orleans. Suona spesso per rallegrare le vuote attese delle prostitute tra un lavoro ed un altro. A diciotto anni si innamora di una di loro e la sposa; il matrimonio durerà pochi mesi soltanto.

A quel tempo, a New Orleans, le orchestre si esibivano spesso dentro i camion; quando un'orchestra itinerante incrociava un'altra orchestra, iniziava una sfida a suon di note; era il pubblico a decretare il vincitore. Il miglior suonatore da camion del momento era allora l'esuberante Kid Ory.

Un giorno che Louis stava passeggiando, venne fermato da Ory:

Ory (arrogante): - "A chi stai portando quella tromba, moccioso?"
Louis (umile ma imbronciato): - "A nessuno, è mia"
Ory (incredulo): - "Sì, valla a raccontare a un altro. Allora suonala se ne sei capace"

Louis inizia a suonare a ruota libera, veloce ed equilibrato, rendendo incredibilmente bella una scialba canzonetta di moda, le sue dita volano, le guance rotonde e gonfie, gli occhi sgranati che ignorano il futuro, le note piovono, guizzano, giocano, curiosano, saltellano, sincopate e beffarde, le note sparano a zero. Louis scioglie gli ascoltatori e lascia Ory stupefatto e muto. Viene subito scritturato ed inizia a girare con quella band sconosciuta, per le scalcinate strade di New Orleans, sul camion scalcinato di quel suonatore di trombone, muso pallido, Kid Ory.

Un giorno Satchmo (bocca a sacco) riceve un telegramma da Olivier, che gli chiedeva di unirsi alla sua "Creole Jazz Band", a Chicago. A lui sembra l'avverarsi di un sogno ed accetta, trasferendosi immediatamente. La sua tecnica musicale si va sempre più perfezionando e finisce in breve per rappresentare un elemento di attrativa, tanto che Chicago diventa un punto d'incontro focale per i suonatori di tutte le città circostanti.

Qui conosce la pianista della band, Lillian Hardin, che sarebbe diventata la sua seconda moglie; è il 1924.

La fama di Louis cresce, e lui lavora forsennatamente; sua moglie intuisce che Louis sta sprecando il suo tempo a suonare con la band di Oliver, e lo sprona con decisione per dargli una dignità ed una fama propria. Nel 1925 Louis viene chiamato a New York dal pianista Fletcher Henderson, per il quale lavora per tredici mesi. Poi torna a Chicago e fonda vari e indimenticabili complessi musicali (come gli Hot Five, e gli Hot Seven), richiamando a sé anche quel muso pallido di Kid Ory, ormai divenuto piuttosto noto. Infine,
tra il 1926 e il 1928, realizza grandiose incisioni che sono considerate fondamentali nella storia del jazz e su cui si costruisce il suo mito.

Tra il 1930 e il 1935 compie alcune tournée in Europa, dal clamoroso successo; è conteso dalle migliori orchestre americane, suona nei locali più famosi, accompagna le vedette internazionali, partecipa ad alcuni film interpretando per lo più se stesso.

Miles Davis disse di lui, molto più tardi: "You can't play anything on the horn that Louis hasn't already played... even modern."

Si sposa una terza volta con Alpha Smith, da cui divorzia nel 1940. Nel 1942 sposa la quarta e definitiva donna, Lucille Wilson, una ballerina del Cotton Club. Nel 1947 viene organizzato un concerto spettacolare in suo onore alla Carnegie Hall; è un trionfo. Poi forma il complesso degli All Stars e dà concerti dall'Australia all'Europa e al Giappone, dove viene accolto come un re.

Spopola nel 1959 come ospite al Festival Dei Due Mondi di Spoleto. Lavora sempre alacremente e
malgrado abbia una voce roca e rasposa, incide bellissime canzoni in coppia con Ella Fitzgerald ed altre grandi voci del jazz.

Curiosamente, nonostante avesse già accumulato una fortuna, mantiene sempre una fobia implacabile per
la miseria e si fa elargire dal suo manager uno stipendio fisso. Nel 1968 approda come concorrente
a Sanremo con la canzone "Mi va di cantare". Nel 1969 la sua versione di "Hello Dolly", poco jazz e molto pop, cantata nel film omonimo in coppia con Barbra Streisand, arriva prima in classifica e scalza un famosissimo gruppetto di capelloni inglesi: "The Beatles".

Il 6 luglio 1971, nella sua casa di New York, si spegne silenziosamente nel sonno. Addio ad un musicista nero nero che sta ora certamente suonando melodie celesti celesti, dall'altra parte della vita.

Al suo funerale a New York, c'erano oltre venticinquemila anime commosse, più la sua.


martedì 10 luglio 2007

COSE PER DIRE FEMMINE

(da un vecchio scritto, riesumato)

"Siamo convinti di possedere le cose, mentre spesso sono loro a possedere noi."

Qualcuno l'ha detto ma non so chi. Difficilmente ricordo qual è la fonte, ma ricordo l'acqua, la bevo e diventa mia. E' che non amo parlare di persone. A volte parlo di fatti. Ma più di tutto mi piacciono le idee. Sono personali, ma si possono dare senza perderle, si possono migliorare senza cambiarle, si possono cambiare senza rimpiangerle.

Le idee fanno girare il mondo, insieme ai soldi e alla fica. Vorrei poter dimostrare che i tre elementi sono la stessa cosa, ma non credo la spunterei mai; e allora teniamole distinte.

Le cose, dicevamo, pur non avendo un'anima, ahinoi le amiamo. Cosa dobbiamo dimostrare di essere, avendo? Pura retorica e se dopo la domanda hai beccheggiato con la testa a dire sì, forse non ci hai pensato bene. Soffermandoti potresti cambiare idea: infatti ti dico che le nostre cose parlano di noi, fanno parte di un linguaggio non verbale preciso, con le sue regole, la sua grammatica, ed i suoi errori.

Le cose, ci servono davvero tutte? Magari nessuna ci serve, solo che non saremmo noi, senza, saremmo noi meno le nostre cose, grassa sottrazione. Quelle tue cose, uomo, fanno parte del tuo carisma, non saresti uomo lo stesso, senza, e lo sai bene. O sennò accomodati, indossa saio, sandali e null'altro, pendulo il battaglio, finalmente libero, ora di palesare un fugace pensiero privato, ora di dimostrare la sua molle, muliebre sensibilità al freddo.

Per non parlare delle femmine. Che infatti hanno sempre freddo. Prendi una mano, ed è fredda. Prendi un piede, ed è freddo. Dai un bacio, stalagmiti sul naso. Se in auto accendi l'aria condizionata, t'aprono il finestrino, e parlo del mese di luglio! Amano quel benefico teporino di 50 gradi che c'è nell'abitacolo, tanto non sudano mai. Saranno umane? Chiaro che no. Però sono: amabili, belle, cocciute, disponibili, estrose, fobiche, gioiose, hegeliane (con l'h non mi veniva niente di meglio (ah ma perché sono in ordine alfabetico?)), iconiche, lascive, mordaci, nevrotiche, orali, passionali, quidsimili, restie, succulente, tenaci, umorali, voluttuose, zitane. E ci piacciono così.

A volte.

sabato 5 maggio 2007

TOGLIMI GLI ALTRI SENSI

Il pianista siede sul panchetto (scricchiola), il pubblico trattiene il respiro, il pianista si sistema, il pubblico guarda le mani del pianista allungarsi sulla tastiera del pianoforte, il pianista non pensa a nulla, onestamente, svuota la sua mente dai nomi che gli uomini hanno scelto per le cose, al loro significato, il segno perde il senno, il senso cede. Non c'è nulla in quell'attimo rarefatto, non c'è nemmeno la storia, tutto è sospeso nel limbo impalpabile di ciò che sarà, verrà, tra un'era, un secondo, adesso.

Il pianista è vuoto e non ha nulla se non quella piccola, divina scintilla che tra poco accenderà un enorme fuoco. Il pubblico lo sa ma ancora ignora quanto sarà grande quel fuoco, il silenzio è carico come un fucile mitragliatore, il pianista ha il dito sul grilletto, l'occhio nel mirino. Il pianista stringe il seme nelle sue mille mani, il pubblico ascolta il silenzio più pregno che possa esistere e non osa, non osa nemmeno pensare a ciò che quel seme sta per diventare quando... Ecco! Il pianista getta il seme, scocca la scintilla divina, ecco! lui tira il grilletto ed è fuoco. Snocciolano i suoni, gli spari, onde, carezze immense, radici, tronchi, rami, alberi, foreste, il mitra stende il pubblico, lo annienta, i birilli che saltano, la scintilla è rogo, divampa l'anima, il pubblico è colpito, assorbe e soffre, che altro può fare? Il pianista vola ma non è solo, trascina tutti nella sua scia, il vortice ci inebria, gira il mondo (o siamo noi?), girano gli astri nel meccanismo galattico, incessante, orologio dei tempi, e foglie e foglie e rami, come soffre il pubblico, ferito, arso, guarda come vola, ma che altro può fare?

Il pianista mette le note lì dove devono stare, e lì docili restano nello spazio infinito d'una vibrazione atomica; freddo, caldo, gelo, inferno, non siamo niente ma siamo con te, come te, siamo te se tu sei noi, non smettere più, non smettere. Il pianista regala l'ultima nota dominante, d'improvviso si ferma, osserva il suo creato, ora si può alzare. Il pubblico è attonito, il fragore di ciò che è stato ha stordito l'anima, l'applauso non parte ancora, c'è chi piange, che altro può fare?

Là fuori piove ma siamo immuni ormai dagli agenti del mondo, il pianista ci ha sparato e siamo morti per rinascere più puri, abbiamo volato toccando il cielo e che cos'altro potevamo fare?

Se ci sei, tu, toglimi gli altri sensi, voglio solo sentire, solo sentire...

Dedicato a Wolfgang Amadeus Mozart, Keith Jarrett, e a tutte le sue altre incarnazioni.

giovedì 3 maggio 2007

THOU DIDST CREATE THE NIGHT

Thou didst create the night, but I made the lamp.
Thou didst create clay, but I made the cup.
Thou didst create the deserts, mountains and forests,
I produced the orchards, gardens and groves.
It is I who made the glass out of stone,
and it is I who turn a poison into an antidote.
Muhammad Iqbal*

Traduzione:

Tu creasti la notte, ma io feci la lampada.
Tu creasti l'argilla, ma io feci la tazza.
Tu creasti deserti, montagne e foreste,
io inventai frutteti, giardini e piantagioni.
Sono stato io a fare il vetro dal sasso,
e sono io che trasformo il veleno in un antidoto.

* Poeta, filosofo e politico indiano musulmano, ha scritto opere in lingua persiana e urdu.

martedì 17 aprile 2007

MANDAR

Mandar fa il guardiano, nell'armeria di stato del distretto di Mumbai, India. Qui sono arrivate proprio ieri le nuove mine antiuomo. Sono ordigni progettati per mutilare un essere umano senza ucciderlo. Nella perversa economia bellica, un uomo ferito rispetto ad un uomo morto costa di più al nemico: il ferito va curato, assistito, ricompensato. Il morto invece, si seppellisce e addio. In quest'ottica, la vita umana non ha valore inerente, quanto è più grave l'estrinseco nocumento.

Mandar fa il guardiano e il suo compito è stare lì a sorvegliare le mine. Un lavoro semplice, finché va tutto bene. Un lavoro orribile, a pensarci. E nemmeno gli è permesso di fumare. Il suo passatempo potrebbe essere quello di leggere un libro o di scrivere poesie d'amore. Invece no.

La Repubblica dell'India è un Paese considerato in via di sviluppo; un miliardo di persone pacifiche che tentano di uscire dalla morsa della povertà nera. Ma entrare nel gioco degli equilibri del mondo significa anche, e soprattutto, attrezzarsi per avere la possibilità di difendersi. Armandosi. Mentre un miliardo di persone annaspano per sopravvivere, la classe dirigente indiana corre agli armamenti. Ovunque si trovi ora, il Mahatma Gandhi, fautore ed ideatore della strategia della non-violenza, fissa il vuoto coi suoi occhi puntuti, colmi di sdegno. Così come fa Mandar.

Mandar di mestiere fa il guardiano, nell'armeria del distretto di Mumbai, dove proprio ieri sono arrivate delle mine antiuomo; lucide, ferali, meccaniche, mine. Per passare il tempo Mandar potrebbe benissimo scrivere poesie d'amore, come faceva da ragazzo, di nascosto dai suoi. Si vergognava di farlo, di avere questo ardore letterario che gli arrostiva l'anima, dunque scriveva segretamente, ogni giorno di mattina presto; un immancabile appuntamento quotidiano con quella sua rigorosa mania di scrivere. Poi si asciugava le lacrime e andava a scuola. Rileggendo se stesso si commuoveva, se ne vergognava e si sentiva fragile per questo. Filava tutto liscio così finché un giorno suo fratello non scoprì un suo diario e lesse; così fece anche il giorno seguente e poi ancora, sempre più stupito e anche incredulo nello scoprire un talento così vigoroso ma insieme tenero, un genio inaspettato e insieme grandioso. Mentre Mandar era a scuola, suo fratello così leggeva:

(fai una piccola pausa, per favore)
(cinque-sette-cinque, sembra un heiku ma è più lungo)

Anche domani
mi sveglierò e ancora
non per me solo
ma per non far torto a te
al tuo splendore
liquido, immenso fuoco
amico Sole.

(fai un'altra piccola pausa, per favore)

Quando il fratello di Mandar lesse quelle poesie, Mandar si sentì violato e le distrusse.

"Non devi vergognarti di ciò che scrivi" - gli disse suo fratello - "è così bello. Io ti chiedo scusa, ma non riuscivo a smettere di leggere e mi commuovevo".

"Come," - disse Mandar - "un uomo come te, che piange?".

La risposta seguente Mandar la ricevette come uno schiaffo e non la dimenticò più. Non la dimenticò quando suo fratello venne ucciso da una mina antiuomo, non la dimenticò nemmeno quando si presentò per quel lavoro di guardiano, nell'armeria di stato del distretto di Mumbai; non la dimentica tutt'oggi quando, nell'armeria, si dedica al suo passatempo preferito. Mandar non dimenticherà più ciò che suo fratello gli disse:

- "Mandar, fratello mio, un uomo è fatto di sentimenti, soprattutto. Se li reprime o se ne vergogna, che uomo è?".

Mandar di mestiere fa il guardiano e il suo passatempo potrebbe benissimo essere quello di leggere un buon libro oppure scrivere poesie d'amore, come faceva un tempo. Invece no. Mandar entra nella sala delle mine, durante la notte, e con grande pazienza, attenzione e rischio, infila le mani sapienti nei posti giusti, compie gli appropriati gesti, esegue un rito: ne disinnesca una.
Impiega tutta una notte per disattivare una sola mina, viene sporadicamente interrotto dalle ispezioni dell'ufficiale di servizio e dalla chiamata del capo della guardia. Normale routine. Ogni notte, un'altra mina viene resa inerte dalle mani dapprima tremanti, poi sempre più esperte, di Mandar. Un indiano coraggioso, Mandar, che avrebbe potuto fare l'avvocato o il venditore di spezie, ma che ha scelto quel mestiere perché fosse utile agli altri, chiunque saranno; perché quelle mine sotto la sua custodia funzionassero, non funzionando; perché Mandar, a differenza di Ghandi, non abbraccia la filosofia della non-cooperazione, ma della ribellione pacifica.

Oggi Mandar fa qualcosa di più che emozionare il mondo con una poesia: rende innocuo ciò che è mortifero. Le sue mine non mutileranno nessuno, inermi come sono. Oggi suo fratello sarebbe ancora più orgoglioso di lui, che ha imparato a piangere e a smettere di farlo; oggi che Mandar sa di cosa è fatto un uomo.

mercoledì 11 aprile 2007

K&W

La conoscenza vive in un dominio; il senno lo trascende.