mercoledì 21 dicembre 2005

IL SEGRETO DELLA VITA

Racconto la storia di un Re buono, chiamiamolo UBER, a capo di un villaggio senza luogo e senza tempo.

Una volta che UBER se ne stava a zonzo nel bosco (questo è un luogo che nella favolistica tradizionale, e nel nostro inconscio, evoca mistero e la paura della solitudine; nel bosco siamo niente siamo fragili siamo soli, nel bosco fa freddo e non c'è uscita, gli alberi ad alto fusto impediscono di vedere il cammino e perfino la luce del sole, lì succedono cose brutte, nel bosco di certo morremo) e venne d'improvviso catturato (visto?) dalle guardie nemiche di un villaggio nemico ed ivi di forza portato al cospetto del re nemico, che lo guardò con sguardo nemico dimostrandogli così tutta la sua nemicizia!

Cominciamo bene, direte voi.

Il Re nemico, chiamiamolo MENER, a brutto muso gli disse che l'avrebbe ucciso.
Glielo disse così:

- "UBER, io ti ucciderò."

Voi che avreste fatto?

- "Non mi uccidere" - replicò UBER - "il mio popolo ha bisogno di me, farò qualunque cosa tu vorrai se mi lascerai vivere."

MENER non era uno sciocco e volle approfittare dell'offerta. Ci pensò per un tempo che a lui sembrò qualche attimo (mentre a UBER sembrò lungo come una camminata lungo la striscia di Moebius*) e decise che sì, gli avrebbe dato la possibilità di vivere, in cambio di qualcosa dello stesso valore:

- "UBER, io voglio sapere da te qual è il segreto della vita. Se riuscirai a dirmelo sarai salvo, altrimenti, UBER, io ti ucciderò. Hai un anno di tempo per saperlo. Accetti?"

UBER accettò.
Di volta al suo villaggio fu festeggiato per 8 giorni ininterrottamente. Quindi chiamò i suoi uomini più validi e raccontò loro l'accaduto, chiedendogli di trovare la soluzione al dilemma. Così tutti si sforzarono e pensarono, giorno e notte, notte e giorno, cercando di trovare la soluzione al quesito di MENER per salvare il loro Re. Niente. Nessuno, proprio nessuno riusciva a trovare quale fosse mai il significato della vita. Nemmeno il capo della guardia, chiamiamolo GOPAC, uomo valoroso e grande amico e confidente di UBER, sapeva come rispondere. Il tempo passava in fretta, i giorni diventavano settimane, mesi, stagioni... Niente.

Voi che avreste fatto?

UBER stava quasi per rassegnarsi ed accettare il suo nefasto destino, quando gli venne in mente la possibilità di interpellare la vecchia fattucchiera del villaggio, BRUNILDE (eh sì). Lei lo accolse, lo consultò, rispose:

- "Io conosco il segreto della vita. Posso dirtelo, UBER, ma in cambio voglio essere la sposa del tuo amico, il capo della guardia reale, il bel cavaliere, GOPAC."

- "Non è possibile,
BRUNILDE" - rispose UBER - "non posso offrire in moglie al mio amico una donna vecchia e brutta come te."

- "Allora va', UBER, la morte ti sta già aspettando."

Mancavano pochi giorni, il tempo stava per scadere. Che fare? Rovinare per sempre la vita di un amico per salvare la propria e quella del suo popolo? Portare il fardello del rimorso o perdere ogni cosa?

Voi che avreste fatto?

UBER parlò con GOPAC e gli chiese consiglio. GOPAC era uomo valoroso, non ci pensò nemmeno: stoico gli disse di accettare la proposta della vecchia fattucchiera,
BRUNILDE; l'avrebbe sposata con gioia pur di salvare la vita del suo Re. UBER lo avvertì:

- "Tu sai che ciò implica l'adempiere ai propri doveri coniugali, ogni giorno..."
- "Certo mio Re, sono pronto" - ripose GOPAC.

Di fronte a tanta convinzione il Re accettò. Era l'ultimo giorno utile, perciò tornò di fretta da
BRUNILDE e le comunicò la sua decisione, chiedendole di dirgli alfine il segreto della vita. Lei glielo disse così:

- "UBER, mio Re, tu sei un uomo saggio e la tua decisione dimostra che preferisci sacrificare la felicità di un uomo, ancorché tuo grande amico, per il bene del tuo popolo; UBER tu sei un uomo coraggioso" - la tirava un po' per le lunghe, ci teneva al suo quarto d'ora di celebrità! - "sin da quando eri bambino, e la regina tua madre ti portava al lago..."
- "..."
- "...ed ora ti dirò il segreto della vita..."
- "..."
- "Se ami qualcuno, lascialo libero."

UBER si alzò di scatto, corse al villaggio nemico, si presentò al cospetto del re nemico, che lo guardò con sguardo nemico e gli chiese nemichevolmente:

- "Allora?"

UBER si prese il suo tempo per rispondere. Il momento era solenne e lui non voleva essere da meno; assunse l'aria più solenne possibile, e solennemente disse. Disse:

- "Il segreto della vita è: se ami qualcuno, lascialo libero."

MENER annuì. Era la risposta che attendeva, così con tono calmo, benché nemico, gli disse:

- "Va', ora sei libero."

UBER tornò al villaggio dove erano già iniziati i preparativi per il matrimonio tra
BRUNILDE e GOPAC. Lei era molto felice. Lui fingeva altrettanto. UBER dimostrava invece tutta la sua tristezza. Il popolo era in festa.

Le nozze furono maestose, cibi, fiori, musiche, danze. Ogni bontà, c'era. Ogni desiderio, soddisfatto. Ogni bellezza, vista.

La prima notte dopo le nozze, GOPAC era preoccupato, ma non si sarebbe tirato indietro.
BRUNILDE si assentò per prepararsi, gli disse che sarebbe tornata presto, e di aspettarla. GOPAC si predisponeva alla brutta esperienza prendendo lunghi respiri profondi e facendosi forza da sé.

Voi che avreste fatto?

Di lì a poco, inaspettatamente, uscì dal bagno una creatura meravigliosa, la più bella donna mai esistita, giovane e sensuale, la più eterea, scultorea, diafana, succulenta donna fra tutte le donne mai state mai. Gli occhi confusi di GOPAC si domandavano chi fosse così lei rispose:

- "Non meravigliarti, sono io,
BRUNILDE, la fattucchiera. Questo è il mio vero aspetto, posso rivelarlo all'uomo che mi ha preso come sposa, ma non posso farlo sempre. Soltanto per metà giorno sarò così, per il resto sarò come tu mi hai conosciuto. Ora, GOPAC, tu devi scegliere i tempi: mi vuoi bella durante il giorno, così che tu possa mostrare a tutti quale bellezza hai sposato, o preferisci avermi bella di notte, quando nell'intimità del talamo sarà il momento d'amarmi?"

GOPAC la trombò all'istante.

In effetti era difficile resistere a tanta bellezza e sensualità, perciò decise di rimandare quella discussione alla mattina seguente, eppoi era difficile far funzionare i neuroni, mentre impazzivano gli ormoni... Ma venne la mattina,
BRUNILDE accanto a lui tornò ad avere l'aspetto di sempre, GOPAC doveva scegliere.

Voi che avreste fatto?

Ma GOPAC aveva già deciso e glielo disse così:

- "
BRUNILDE io ti ho presa in sposa per salvare il mio Re, ma sono pronto a condividere la mia vita con te per sempre, perché così ho promesso. Farò in modo di amarti con qualunque aspetto ti vorrai presentare, sia di fronte agli altri che nella nostra intimità, perciò quale dovrà essere il tuo aspetto durante il giorno è una decisione che lascio prendere a te, dacché il tuo aspetto ti riguarda ed io vorrò sottoscrivere appieno la tua decisione."

Allora
BRUNILDE si trasformò di nuovo, ridiventò la bellissima donna della notte precedente, ed in un abbraccio asfissiante fu felice, innamorata, piangente, radiosa, e glielo disse così:

- "GOPAC con queste parole tu mi hai conquistata per sempre e perciò ti meriti un premio speciale: il mio aspetto non cambierà più, mai più; resterò sempre così come mi vedi ora, e per sempre sarò soltanto tua".

GOPAC aveva capito il segreto della vita.
L'aveva lasciata libera di scegliere.
Aveva ricevuto un premio speciale.
Era libero.


* Chi non sa cosa diavolo sia una striscia di MoebiuS, vuol dire che da piccolo non ha mai giocato con la carta, la colla coccoina e le forbici! Allego un'immagine di Escher che la rappresenta. La formica cammina percorrendo tutte le facce.



lunedì 12 dicembre 2005

SOGGIOGATI DA UN IMPLACABILE DESTINO

Me se stavo un giorno teporoso colì nel giardinetto di casa mia, che avrò avuto quattordici anni, nientedimeno. Avevo smontato alcuni pezzi del motorino per dargli una bella pittata nera e farli tornare a nuova vita. Me ne stavo lì a fare quelle cose molto manuali e così poco cerebrali che, nonostante l'attenzione necessaria per far le cose bene, il cervello elabora ed i pensieri girovagano ad ape, posandosi leggiadri sopra argomenti assolutamente estranei all'attività corrente, come alla vita sessuale delle cozze, o alla sensazione che provano le rette sghembe quando ohibò s'incontrano.

Sghemba 1: "ohibò"
Sghemba 2: "piacere e... addioooooo..."


Mentre impollinavo pensieri astrusi così, l'attenzione venne catturata dall'udir d'un botto sordo, né troppo forte né troppo piano, come di un petardo che scoppia all'aria aperta. Poi a seguire una specie di miagolio lamentevole, niente di preoccupante, un botto sordo come tanti e un miagolio lamentevole come tanti. Sarà già capitato a tutti, e poi dimenticato.

E allora ecco altri pensieri svolazzanti, di quelli così vari che sembra passi un'ora invece è poco tempo. Pensavo alla concezione del tempo che avevano gli antichi greci, anzi alla sua raffigurazione. Al contrario del pensiero moderno occidentale, per loro il futuro non si trovava davanti ma dietro l'osservatore. Davanti c'è il passato; ben visibile e nitido quello recente, più sbiadito quello remoto. Alle spalle, in attesa di passare, il futuro, a tutti ignoto. Dunque ce ne stiamo immoti a vivere il presente, che è quell'attimo impalpabile in cui il futuro trapassa, e svelandosi diviene subitamente caro, cheto, molle. E non siamo noi a camminare, sibbene è il tempo a trapassarci, il tempo che non ci appartiene, non ci conviene, soltanto ci resta quella seccante consapevolezza ch'è passato.

Nientedimeno me ne stavo lì a impollinar pensieri mentre colle mani ripittavo il motoretto, quand'ecco irrompere lo strillo d'una donna, disperata - affranta - sgomenta, "non è possibile, non è possibile...". Era la vicina che strillava con tutta l'aria dei polmoni, e con quell'ebbra incredulità che abbiamo noi umani, tutte le volte che ci investe una disgrazia ch'è più grande della nostra inaccettabile fragilità, più grande della certezza delle nostre tiepide abitudini, più grande delle mille risposte impacciate che chiunque tenterà di farfugliare. "Non è possibile, non è possibile...", la disgraziata piangeva e si straziava, disperata.

C'è un momento poco più avanti, quando passa l'infondata illusione che sia tutto un incubo, e resta l'amarezza di dover accettare quel maledetto destino; in quel momento preciso e di feroce crudeltà, è dura.

Mi avvicinai al cancello d'ingresso e la vidi in ginocchio, piegata nella più completa disperazione, suo marito steso in terra in una pozza di sangue e accanto il suo fucile da caccia, scarico. Si era sparato, in un attimo di pura follia, in cui la sua nevrosi depressiva aveva avuto la meglio sulla sua propria coscienza.

Noi, soggiogati da un implacabile destino, magari non predeterminato ma immutabile, magari non meramente casuale ma inflessibile - freddo - cieco - spudorato destino, stiamo.

Noi, tra le regole del mondo, dove il futuro si cela beffardo proprio qui dietro, dove il tempo non esiste se non per costruire la nostra storia, tra queste regole puerili e folli, stiamo.