lunedì 12 dicembre 2005

SOGGIOGATI DA UN IMPLACABILE DESTINO

Me se stavo un giorno teporoso colì nel giardinetto di casa mia, che avrò avuto quattordici anni, nientedimeno. Avevo smontato alcuni pezzi del motorino per dargli una bella pittata nera e farli tornare a nuova vita. Me ne stavo lì a fare quelle cose molto manuali e così poco cerebrali che, nonostante l'attenzione necessaria per far le cose bene, il cervello elabora ed i pensieri girovagano ad ape, posandosi leggiadri sopra argomenti assolutamente estranei all'attività corrente, come alla vita sessuale delle cozze, o alla sensazione che provano le rette sghembe quando ohibò s'incontrano.

Sghemba 1: "ohibò"
Sghemba 2: "piacere e... addioooooo..."


Mentre impollinavo pensieri astrusi così, l'attenzione venne catturata dall'udir d'un botto sordo, né troppo forte né troppo piano, come di un petardo che scoppia all'aria aperta. Poi a seguire una specie di miagolio lamentevole, niente di preoccupante, un botto sordo come tanti e un miagolio lamentevole come tanti. Sarà già capitato a tutti, e poi dimenticato.

E allora ecco altri pensieri svolazzanti, di quelli così vari che sembra passi un'ora invece è poco tempo. Pensavo alla concezione del tempo che avevano gli antichi greci, anzi alla sua raffigurazione. Al contrario del pensiero moderno occidentale, per loro il futuro non si trovava davanti ma dietro l'osservatore. Davanti c'è il passato; ben visibile e nitido quello recente, più sbiadito quello remoto. Alle spalle, in attesa di passare, il futuro, a tutti ignoto. Dunque ce ne stiamo immoti a vivere il presente, che è quell'attimo impalpabile in cui il futuro trapassa, e svelandosi diviene subitamente caro, cheto, molle. E non siamo noi a camminare, sibbene è il tempo a trapassarci, il tempo che non ci appartiene, non ci conviene, soltanto ci resta quella seccante consapevolezza ch'è passato.

Nientedimeno me ne stavo lì a impollinar pensieri mentre colle mani ripittavo il motoretto, quand'ecco irrompere lo strillo d'una donna, disperata - affranta - sgomenta, "non è possibile, non è possibile...". Era la vicina che strillava con tutta l'aria dei polmoni, e con quell'ebbra incredulità che abbiamo noi umani, tutte le volte che ci investe una disgrazia ch'è più grande della nostra inaccettabile fragilità, più grande della certezza delle nostre tiepide abitudini, più grande delle mille risposte impacciate che chiunque tenterà di farfugliare. "Non è possibile, non è possibile...", la disgraziata piangeva e si straziava, disperata.

C'è un momento poco più avanti, quando passa l'infondata illusione che sia tutto un incubo, e resta l'amarezza di dover accettare quel maledetto destino; in quel momento preciso e di feroce crudeltà, è dura.

Mi avvicinai al cancello d'ingresso e la vidi in ginocchio, piegata nella più completa disperazione, suo marito steso in terra in una pozza di sangue e accanto il suo fucile da caccia, scarico. Si era sparato, in un attimo di pura follia, in cui la sua nevrosi depressiva aveva avuto la meglio sulla sua propria coscienza.

Noi, soggiogati da un implacabile destino, magari non predeterminato ma immutabile, magari non meramente casuale ma inflessibile - freddo - cieco - spudorato destino, stiamo.

Noi, tra le regole del mondo, dove il futuro si cela beffardo proprio qui dietro, dove il tempo non esiste se non per costruire la nostra storia, tra queste regole puerili e folli, stiamo.


Nessun commento: