mercoledì 21 dicembre 2005

IL SEGRETO DELLA VITA

Racconto la storia di un Re buono, chiamiamolo UBER, a capo di un villaggio senza luogo e senza tempo.

Una volta che UBER se ne stava a zonzo nel bosco (questo è un luogo che nella favolistica tradizionale, e nel nostro inconscio, evoca mistero e la paura della solitudine; nel bosco siamo niente siamo fragili siamo soli, nel bosco fa freddo e non c'è uscita, gli alberi ad alto fusto impediscono di vedere il cammino e perfino la luce del sole, lì succedono cose brutte, nel bosco di certo morremo) e venne d'improvviso catturato (visto?) dalle guardie nemiche di un villaggio nemico ed ivi di forza portato al cospetto del re nemico, che lo guardò con sguardo nemico dimostrandogli così tutta la sua nemicizia!

Cominciamo bene, direte voi.

Il Re nemico, chiamiamolo MENER, a brutto muso gli disse che l'avrebbe ucciso.
Glielo disse così:

- "UBER, io ti ucciderò."

Voi che avreste fatto?

- "Non mi uccidere" - replicò UBER - "il mio popolo ha bisogno di me, farò qualunque cosa tu vorrai se mi lascerai vivere."

MENER non era uno sciocco e volle approfittare dell'offerta. Ci pensò per un tempo che a lui sembrò qualche attimo (mentre a UBER sembrò lungo come una camminata lungo la striscia di Moebius*) e decise che sì, gli avrebbe dato la possibilità di vivere, in cambio di qualcosa dello stesso valore:

- "UBER, io voglio sapere da te qual è il segreto della vita. Se riuscirai a dirmelo sarai salvo, altrimenti, UBER, io ti ucciderò. Hai un anno di tempo per saperlo. Accetti?"

UBER accettò.
Di volta al suo villaggio fu festeggiato per 8 giorni ininterrottamente. Quindi chiamò i suoi uomini più validi e raccontò loro l'accaduto, chiedendogli di trovare la soluzione al dilemma. Così tutti si sforzarono e pensarono, giorno e notte, notte e giorno, cercando di trovare la soluzione al quesito di MENER per salvare il loro Re. Niente. Nessuno, proprio nessuno riusciva a trovare quale fosse mai il significato della vita. Nemmeno il capo della guardia, chiamiamolo GOPAC, uomo valoroso e grande amico e confidente di UBER, sapeva come rispondere. Il tempo passava in fretta, i giorni diventavano settimane, mesi, stagioni... Niente.

Voi che avreste fatto?

UBER stava quasi per rassegnarsi ed accettare il suo nefasto destino, quando gli venne in mente la possibilità di interpellare la vecchia fattucchiera del villaggio, BRUNILDE (eh sì). Lei lo accolse, lo consultò, rispose:

- "Io conosco il segreto della vita. Posso dirtelo, UBER, ma in cambio voglio essere la sposa del tuo amico, il capo della guardia reale, il bel cavaliere, GOPAC."

- "Non è possibile,
BRUNILDE" - rispose UBER - "non posso offrire in moglie al mio amico una donna vecchia e brutta come te."

- "Allora va', UBER, la morte ti sta già aspettando."

Mancavano pochi giorni, il tempo stava per scadere. Che fare? Rovinare per sempre la vita di un amico per salvare la propria e quella del suo popolo? Portare il fardello del rimorso o perdere ogni cosa?

Voi che avreste fatto?

UBER parlò con GOPAC e gli chiese consiglio. GOPAC era uomo valoroso, non ci pensò nemmeno: stoico gli disse di accettare la proposta della vecchia fattucchiera,
BRUNILDE; l'avrebbe sposata con gioia pur di salvare la vita del suo Re. UBER lo avvertì:

- "Tu sai che ciò implica l'adempiere ai propri doveri coniugali, ogni giorno..."
- "Certo mio Re, sono pronto" - ripose GOPAC.

Di fronte a tanta convinzione il Re accettò. Era l'ultimo giorno utile, perciò tornò di fretta da
BRUNILDE e le comunicò la sua decisione, chiedendole di dirgli alfine il segreto della vita. Lei glielo disse così:

- "UBER, mio Re, tu sei un uomo saggio e la tua decisione dimostra che preferisci sacrificare la felicità di un uomo, ancorché tuo grande amico, per il bene del tuo popolo; UBER tu sei un uomo coraggioso" - la tirava un po' per le lunghe, ci teneva al suo quarto d'ora di celebrità! - "sin da quando eri bambino, e la regina tua madre ti portava al lago..."
- "..."
- "...ed ora ti dirò il segreto della vita..."
- "..."
- "Se ami qualcuno, lascialo libero."

UBER si alzò di scatto, corse al villaggio nemico, si presentò al cospetto del re nemico, che lo guardò con sguardo nemico e gli chiese nemichevolmente:

- "Allora?"

UBER si prese il suo tempo per rispondere. Il momento era solenne e lui non voleva essere da meno; assunse l'aria più solenne possibile, e solennemente disse. Disse:

- "Il segreto della vita è: se ami qualcuno, lascialo libero."

MENER annuì. Era la risposta che attendeva, così con tono calmo, benché nemico, gli disse:

- "Va', ora sei libero."

UBER tornò al villaggio dove erano già iniziati i preparativi per il matrimonio tra
BRUNILDE e GOPAC. Lei era molto felice. Lui fingeva altrettanto. UBER dimostrava invece tutta la sua tristezza. Il popolo era in festa.

Le nozze furono maestose, cibi, fiori, musiche, danze. Ogni bontà, c'era. Ogni desiderio, soddisfatto. Ogni bellezza, vista.

La prima notte dopo le nozze, GOPAC era preoccupato, ma non si sarebbe tirato indietro.
BRUNILDE si assentò per prepararsi, gli disse che sarebbe tornata presto, e di aspettarla. GOPAC si predisponeva alla brutta esperienza prendendo lunghi respiri profondi e facendosi forza da sé.

Voi che avreste fatto?

Di lì a poco, inaspettatamente, uscì dal bagno una creatura meravigliosa, la più bella donna mai esistita, giovane e sensuale, la più eterea, scultorea, diafana, succulenta donna fra tutte le donne mai state mai. Gli occhi confusi di GOPAC si domandavano chi fosse così lei rispose:

- "Non meravigliarti, sono io,
BRUNILDE, la fattucchiera. Questo è il mio vero aspetto, posso rivelarlo all'uomo che mi ha preso come sposa, ma non posso farlo sempre. Soltanto per metà giorno sarò così, per il resto sarò come tu mi hai conosciuto. Ora, GOPAC, tu devi scegliere i tempi: mi vuoi bella durante il giorno, così che tu possa mostrare a tutti quale bellezza hai sposato, o preferisci avermi bella di notte, quando nell'intimità del talamo sarà il momento d'amarmi?"

GOPAC la trombò all'istante.

In effetti era difficile resistere a tanta bellezza e sensualità, perciò decise di rimandare quella discussione alla mattina seguente, eppoi era difficile far funzionare i neuroni, mentre impazzivano gli ormoni... Ma venne la mattina,
BRUNILDE accanto a lui tornò ad avere l'aspetto di sempre, GOPAC doveva scegliere.

Voi che avreste fatto?

Ma GOPAC aveva già deciso e glielo disse così:

- "
BRUNILDE io ti ho presa in sposa per salvare il mio Re, ma sono pronto a condividere la mia vita con te per sempre, perché così ho promesso. Farò in modo di amarti con qualunque aspetto ti vorrai presentare, sia di fronte agli altri che nella nostra intimità, perciò quale dovrà essere il tuo aspetto durante il giorno è una decisione che lascio prendere a te, dacché il tuo aspetto ti riguarda ed io vorrò sottoscrivere appieno la tua decisione."

Allora
BRUNILDE si trasformò di nuovo, ridiventò la bellissima donna della notte precedente, ed in un abbraccio asfissiante fu felice, innamorata, piangente, radiosa, e glielo disse così:

- "GOPAC con queste parole tu mi hai conquistata per sempre e perciò ti meriti un premio speciale: il mio aspetto non cambierà più, mai più; resterò sempre così come mi vedi ora, e per sempre sarò soltanto tua".

GOPAC aveva capito il segreto della vita.
L'aveva lasciata libera di scegliere.
Aveva ricevuto un premio speciale.
Era libero.


* Chi non sa cosa diavolo sia una striscia di MoebiuS, vuol dire che da piccolo non ha mai giocato con la carta, la colla coccoina e le forbici! Allego un'immagine di Escher che la rappresenta. La formica cammina percorrendo tutte le facce.



lunedì 12 dicembre 2005

SOGGIOGATI DA UN IMPLACABILE DESTINO

Me se stavo un giorno teporoso colì nel giardinetto di casa mia, che avrò avuto quattordici anni, nientedimeno. Avevo smontato alcuni pezzi del motorino per dargli una bella pittata nera e farli tornare a nuova vita. Me ne stavo lì a fare quelle cose molto manuali e così poco cerebrali che, nonostante l'attenzione necessaria per far le cose bene, il cervello elabora ed i pensieri girovagano ad ape, posandosi leggiadri sopra argomenti assolutamente estranei all'attività corrente, come alla vita sessuale delle cozze, o alla sensazione che provano le rette sghembe quando ohibò s'incontrano.

Sghemba 1: "ohibò"
Sghemba 2: "piacere e... addioooooo..."


Mentre impollinavo pensieri astrusi così, l'attenzione venne catturata dall'udir d'un botto sordo, né troppo forte né troppo piano, come di un petardo che scoppia all'aria aperta. Poi a seguire una specie di miagolio lamentevole, niente di preoccupante, un botto sordo come tanti e un miagolio lamentevole come tanti. Sarà già capitato a tutti, e poi dimenticato.

E allora ecco altri pensieri svolazzanti, di quelli così vari che sembra passi un'ora invece è poco tempo. Pensavo alla concezione del tempo che avevano gli antichi greci, anzi alla sua raffigurazione. Al contrario del pensiero moderno occidentale, per loro il futuro non si trovava davanti ma dietro l'osservatore. Davanti c'è il passato; ben visibile e nitido quello recente, più sbiadito quello remoto. Alle spalle, in attesa di passare, il futuro, a tutti ignoto. Dunque ce ne stiamo immoti a vivere il presente, che è quell'attimo impalpabile in cui il futuro trapassa, e svelandosi diviene subitamente caro, cheto, molle. E non siamo noi a camminare, sibbene è il tempo a trapassarci, il tempo che non ci appartiene, non ci conviene, soltanto ci resta quella seccante consapevolezza ch'è passato.

Nientedimeno me ne stavo lì a impollinar pensieri mentre colle mani ripittavo il motoretto, quand'ecco irrompere lo strillo d'una donna, disperata - affranta - sgomenta, "non è possibile, non è possibile...". Era la vicina che strillava con tutta l'aria dei polmoni, e con quell'ebbra incredulità che abbiamo noi umani, tutte le volte che ci investe una disgrazia ch'è più grande della nostra inaccettabile fragilità, più grande della certezza delle nostre tiepide abitudini, più grande delle mille risposte impacciate che chiunque tenterà di farfugliare. "Non è possibile, non è possibile...", la disgraziata piangeva e si straziava, disperata.

C'è un momento poco più avanti, quando passa l'infondata illusione che sia tutto un incubo, e resta l'amarezza di dover accettare quel maledetto destino; in quel momento preciso e di feroce crudeltà, è dura.

Mi avvicinai al cancello d'ingresso e la vidi in ginocchio, piegata nella più completa disperazione, suo marito steso in terra in una pozza di sangue e accanto il suo fucile da caccia, scarico. Si era sparato, in un attimo di pura follia, in cui la sua nevrosi depressiva aveva avuto la meglio sulla sua propria coscienza.

Noi, soggiogati da un implacabile destino, magari non predeterminato ma immutabile, magari non meramente casuale ma inflessibile - freddo - cieco - spudorato destino, stiamo.

Noi, tra le regole del mondo, dove il futuro si cela beffardo proprio qui dietro, dove il tempo non esiste se non per costruire la nostra storia, tra queste regole puerili e folli, stiamo.


mercoledì 30 novembre 2005

NAUMDA'

Delle volte vado al mare e lo guardo. E' una delle poche cose che a guardarle non si trova l'intervento deturpante dell'uomo. Il mare è proprio così com'era prima che venissimo noi a spadroneggiare sulla terra, perlomeno come aspetto. E quando lo guardo penso che è buffo: tutto c'era anche prima di noi, molto prima di noi, per miliardi di anni è stato così, il mare e la luna, l'alba e il tramonto, il vento e la pioggia, l'estate e l'inverno. Era già così, con gli stessi rumori e la stessa purezza che si possono ancora trovare in qualche isola timidamente immersa nell'oceano, la stessa apparente eternità che si prova guardando una distesa innevata, immenso silenzio bianco, stasi complessa.

Per miliardi di anni, niente di nuovo. Eppure la natura o il caso o entrambi, sotto sotto tentavano qualcosa, tentavano miriadi di combinazioni infruttuose, che chiameremo naumdà. Ma che cercavano di trovare? forse niente di preciso, come quando si fa un giro in moto senza sapere la meta, sicché lo scopo non è la destinazione ma il tragitto, non arrivare ma andare. Naumdà. La natura o il caso o entrambi cercavano accidentalmente e incessantemente, scartavano gli insuccessi naumdà nascondendoli sotto la coltre del tempo; oggi non ne abbiamo traccia, ma chissà quali strani mostri putridi mucosi cicciolenti saranno stati generati e poi dimenticati, naumdà.

Dopo miliardi di miliardi di miliardi di combinazioni... un certo giorno, una volta, in un certo istante esatto... Zac! Ecco la scintilla della vita! Una molecola ben fatta che, non sarà eterna, ma è in grado di autoriprodursi, ecco l'idea, ecco il DNA, un acido! D
a quel punto esatto ebbe inizio la storia, quella che cambia; ecco le cellule, le piante, gli animali, i batteri, le uova, i cantanti napoletani, gigi marzullo e poi la bomba atomica.

Ma aspetta, siamo ancora agli animali; altri anni passavano e non cambiava niente. La natura o il caso o entrambi a questo punto dovevano scegliere un animale per dargli il lume dell'intelligenza, per farlo evolvere; tentarono con i topi, ma il nome non convinceva: Topo di Neanderthal. Anche l'idea delle anguille fu abbandonata presto: l'Anguillonis Erectus non avrebbe mai funzionato. Anche qui si susseguirono diversi naumdà, prima di scegliere. Poi
si pensò a quei curiosi animali dalle braccia lunghe e dalla folta peluria: i Lucio Dalla... ehm no, dicevo: i gorilla. Dacché la natura voleva essere scoperta, l'animale predestinato all'evoluzione doveva essere predisposto all'arroganza, un ingrediente fondamentale del pasticcio umano. L'arroganza trasformò una umile bestia ricurva in un dignitoso signore. La chiave dell'evoluzione sta dunque nell'erezione dell'uomo!

Non mi s'appelli dunque a sciupafemmine, sibbene e semmai sono un proevolutivo.


E uomo fu. Arrogante, presuntuoso, avido, egocentrico. Tutte le cose che incontrava e che non conosceva già, diceva di averle scoperte! E' stato così per il fuoco, l'America, e il punto G. Perché la natura ha così tanta voglia di farsi scoprire? Perché siamo proprio noi a dover disegnare la mappa dell'universo? Nella nostra triviale imperfezione siamo davvero stati scelti? Inventati? Oppure ancora una volta l'obiettivo non era arrivare, ma andare?

La verità è che anche noi umani siamo un naumdà destinato a scomparire sotto la coltre del tempo. Senza vergogna alcuna, dacché impudica è la natura o il caso o entrambi. S
iamo qui da pochi secondi, nel calendario della storia del mondo, e ne abbiamo già fatti parecchi di danni al nostro (?) pianeta. Lo abbiamo stravolto, martoriato, umiliato. Lo stiamo uccidendo, ci stiamo estinguendo. Siamo passati.

Ed è sfratto esecutivo. Mi figuro il cartello che verrà esposto tra poco nella bacheca della nostra galassia:

PIANETA TERRA AFFITTASI
OTTIMI PANORAMI
DA RISTRUTTURARE PARZIALMENTE
CONTRATTO TRANSITORIO
ASTENERSI PERDITEMPO E UMANI

Cara natura o il caso o entrambi, gli ingredienti con cui hai preparato il pasticcio umano erano forse quelli giusti ma, lasciati dire, le dosi le hai toppate in pieno. Naumdà, naumdeu.

venerdì 25 novembre 2005

SOGNI DI MARE

Arrivavano da lontano, i due, a bordo d’una grande nave. Avevano attraversato i mari ed il lungo viaggio stava per terminare; la nave sbuffò nuvole come di cotone, a salutare il porto appena visibile all’orizzonte. L’America adesso era davvero distante.

Uno proveniva da una famiglia di emigrati ed aveva un appuntamento col passato: veniva a conoscere i luoghi tanto decantati dai suoi, a svelare l’unico pezzo mancante della sua storia. L’uomo salì sul ponte al tuono della sirena, per non perdere l’emozione di vedere terra, all’arrivo.

Una era una donna; voleva incontrare il padre partito molto tempo prima e non più tornato. Lei era ancora piccola allora e ne serbava un ricordo esatto: altissimo, come un albero, dalle lunghe braccia, come rami, e la voce forte, prorompente, legnosa. La donna, fremente d’impazienza, pure salì sul ponte.

Tuu, urlò la sirena mentre la città, bellissima, si faceva sempre più grande. I due erano a prua, separati solo dalle reciproche aspettative. L’uomo vide la terra sempre più nitida, il porto, le case, Genova. Di lontano spiccava la figura di un uomo, piccolo in fondo, che attendeva ritto. La donna non ebbe dubbi, era lui: suo padre. Lo ricordava immenso; era solo un uomo. Il verso dei gabbiani era come musica, così il rumore dell’acqua; l’emozione esplose simultanea nei loro occhi, irruppero le lacrime come mare, d’acqua e di sale, si incrociarono alfine i loro sguardi in quel momento esatto e le loro emozioni, d’incanto unite, s’amarono per sempre.

venerdì 18 novembre 2005

ALADINO

Il genio è un disadattato, socialmente malconcio, è misantropo.

Il genio è malato, psicotico, ossessivo.


Il genio è gobbo, incurvato sopra il suo pungente assillo, incapace di ogni ironia; egli (o ella) non sa ridere e vive una realtà personale distorta.


Quindi lasciatemi stare, dacché sono cattivo.


giovedì 10 novembre 2005

SUPERPIPPO











(dedicato a riro)

venerdì 4 novembre 2005

DELLE OSTRICHE E DEI QUAQQUARAQQUA'

Quale stupenda alchimia permette ad una bocca serrata, finché ondulata, di custodire gelosamente, sopra una molle delizia, la silente perfezione di una perla?

Infatti, quelli che non hanno nulla da dire, né preziosità da serbare, parlano, parlano e parlano.

AFFINAMENTI SUCCESSIVI

Certune cose non abbasta la vita di un omo solo per saperle, ma più omi e più vite gli abbisognano.

S’era nel 20.000 davanti il Cristo, nel primordio esatto, e andesse giustappoco così:

“Brunilde! Preparazione, che vassi al mare” – disse il Signor A alla moglie, mentre carcava tutta la capanna che era la di loro casa dinsopra a quattro massi e legavala stretta stretta con le corde e coi spachi. “Montavaci” – le fa e lei obbede. Il Signor A mettesi a spingere l’accrocco e giuntocheffù sull’orlo d’una collina, buttossi zompando al volo dinsopra lo carro. Ma i massi sendo di sotto piatti non fecero né di sdrucciolo né di slitto, ma ruzzolo e ruzzolo e ancora ruzzolo, ribaltando tutto lo macchinaro. Morse il Signor A craniando la crapa supra lo ramo d’un albaro che quinci restosse stupefatto, sibbene immoto.

La signora sposossi novamente, col tale Signor B che ebbe la bona pensata di fare cadauna miglioria: dinvece delli massi quatrati, servivagli quaccosa vieppiù scivolevole e quindi preparò dei tronchi di albari bei alliniati. Mise poi dei mozzi allato dei tronchi sui quali filzò dei bracci a forcella affare da sostegno e sopra montò la capanna, che sempre era la casa. “Brunilde! Vamosi allo mare, ammonta” – disse il Signor B ricolmo di fede e d’orgoglio tronfio. Spinse la maghina dinsopra d’un colle, dette l’ultima botta e saltò supra. Li tronchi erano sì vicini che lo moto dell’uno invertiva lo moto di quell’antro diacente, come in un ingranaggio pazzito. Eppoi, l’attrito colla terra di tutti i tronchi s’assommava cotanto che ogni sassetto era uno sbalzo, ogni rametto un grosso sbalzo, ogni cespuglio un… ottìo un cespuglio! La machina del Signor B ntruppò collo cespuglio ed egli volotte tritto tritto inverso uno ramo d’un albaro che quinci permase novamente stupefatto, sibbene immoto.

La signora non persesi l’anima e sposotte un antro illustre inventore, il Signor C, lo quale apportò le seguenti migliorie: li tronchi furo ridotti al numero di due, distanziati da assi parallele incernierate sui mozzi. Sopra le assi costruì una struttura solida indove legò la capanna e disse: “Brunilde! Mettevati lo costumo che faremosi uno bagnamento, montavasi!”. E lei obbede. Spinto ch’ebbe lo congegno dinsopra lo dirupo, d’un balzo saltocci dintra, e sorrisette. L’apparecchio sembrotte funzionante, e fecero persino quacche metrata sanza problema che quasi sembrava uno viaggiamento riuscente. Epperò lo tronco girava e girava e lo mozzo seguiva e seguiva e l’asse ch’era legata al mozzo friniva friniva e del fumasso niscì dai quattro cardini, che poi lo fumasso fecesi fumone e poi focherello e dunque foco e infine incentio eppoi roco. Il Signor C si spense, litteralmente, sotto lo sguardo tristo e sempre più stupefatto d’un albaro, sibbene immoto.

La coraggiosa signora convolò a nozze con un quarto omo, il brillante Signor D, che anzitutto legossi un foltuto casco di banane sulla crania a riparar ventuali tumefazioni (sembra che detta pettinatura, molti anni appresso, fu imitata con certo successo da una tale signora, matrona di circhi equestri, ma chiossà). Il Signor D andò dunque liminando dal marchingegno tutto lo superflume: decidette di scartare l’attrito di troppo segando li tronchi e tenendone solo una piccola sezione. “Brunilde! Occhia qui como rotola, và che chiamola Rotolante, o Rotola, o Rota”. Di rotole ne prese quattro, fissò due assi longitudinali ai loro centri, coppiandole duaddue, montò alle rotole didavanti uno snodo mobile ed un’asse centrale affare da timone, montò la casa-capanna dinsopra lo sistema e disse: “Brunilde! Ntiamo a villeggiare”. Spinse la navetta, colla moglie dintra messa, dinsopra d’una rupe, saltocci indentro e andorno. Il viaggio andette gregiamente, senza isbalzi, né craniate, né incendismi. Rivorno alla piaggia che era il meriggio tardo, e quando il Signor D dicise che potevano affermarsi, scoperse che nell’ingegnata qualcosa veniva di certo ammancare. Meschino, finitte diritto drento al mare e morse fogando, con tutto l’apparato e lo foltuto casco di banane.

Infine il Signor E, venendo a sposare la nostra multivedova, presesi le glorie tutte dei suoi predecessori, sanza però contribuire all’ormai perfetta invenzione della rotola, ma nventando invero quaccheccosa che sicurabilmente necessitava: lo freno.

Sic transit gloria mundi, e nessun mai ricorda l’inventor del freno, ma i tutti e i quanti dicono della granda venzione che fu la rotola, che ni ha simili alcuni dintra la natura ed è solo frutto dello genio di qualichi omini di core aggioso, d’una donna senza tema, e d’un albaro stupefatto che, sibbene immoto, anco lui c’era.

ARACNIDROS

Guarda come è blu
il sangue del mondo
che languido lecca la riva.

E friggono ragnatele di spuma.

Nell'incessante fragore di sempre
s'intuisce
il respiro di un Dio.

VIVA PEPPINO

Ha una voce che si spezza così bene e con tale tempismo da lasciar credere che davvero si commuova, mentre parla, questo diavolo d’un Papa. Più che mai quando dice qualcosa di toccante, perché sia ancor più toccante. Che sia calcolato, non credo; che sia davvero commosso, neppure. Sarà allora caratteristica della sua voce, che così innocentemente s’infrange sui faraglioni umani che, da sotto, lo stanno ad ascoltare. E’ un bravo cristiano, da par mio, un gerontocrucco che non vedeva l’ora di andare in pensione e giocare tutto il giorno a bocce coi suoi amici del circolo bavarese Die Grosse Schüssel. E invece no. La boccia ha fatto gioco, punto di raffa; gli è toccato prendere il testimone e correre in avanti, lungo il sentiero tracciato da quel portento, santo tra poco, indistruttibile, benché tremolante, indimenticato, tuttavia sfinito, immenso Padre.

Vai avanti, Peppino, la strada è ancora lunga, portaci tu alla pace, che noi non abbiamo più paura.

CLESSIDRE

L'altro giorno osservavo un orologio solare o, impropriamente, una meridiana. E' uno dei primi ed innumerevoli tentativi dell'uomo di misurare il tempo, un concetto astratto ma evidentemente sempre considerato importante. Il sole sorge ad est e comincia a proiettare a sinistra l'ombra dell'asticella ortogonale alla piastrella di ceramica; durante il giorno, sale fino alla perpendicolare del mezzogiorno, ombra verticale, poi inizia il tramonto girando verso ovest. Nell'incessante susseguirsi di questo movimento apparente del sole, l'uomo s'è un giorno accorto di un importante binomio: la posizione del sole determina le fasi della giornata.

L'ombra dell'asticella inizia a segnare il tempo solo dalle 6 del mattino. Prima di allora non c'è abbastanza luce. Dall'altra parte, si arriva fino alle 5 del pomeriggio, o giù di lì. durante la lunga fascia oraria notturna, niente.

Medioevo:
- "Fellone, sa l'ora?"- "Ora del buio, marrano"
- "E quanto manca alle 6?"
- "E che ne so, manca quello che deve mancare, vai a dormire"

Ecco perché per i duelli ci si dava sempre appuntamento all'ora del tramonto, giù al fiume: dopo il tramonto, non si sa più che ora sia fino al mattino!

Se il sole fosse stato sempre lì, immobile come uno stoccafisso (o meglio la terra ferma), oggi probabilmente tutta l'umanità si concentrerebbe nella metà illuminata del pianeta, e lavorerebbe pure la notte. Ci sarebbe una popolazione delle tenebre, vivente nella parte oscura del mondo, costituita da rejetti e manigoldi, col corpo coperto da lunghi peli neri, la pelle diafana, gli occhi inutili, il linguaggio turpe... Veramente ne conosco uno che ha sbagliato lato.

Dalla prima osservazione degli eventi naturali sono nate delle convenzioni che ancora oggi usiamo, perlopiù ignari della loro origine. Come la numerazione decimale, dovuta senza dubbio al numero delle dita delle mani. Avessimo avuto quattro dita per mano, ecco che avremmo avuto dimestichezza con la numerazione ottale, con cifre dallo 0 al 7.

Al mercato:
- "Garzone, vorrei qualche uovo"
- "Ecco, gliene incarto 6, va bene?"
- "Ma facciamo 8 così è cifra tonda"

Infatti diciamo "cifra tonda" quella che finisce per zero, il numero tondo appunto. Suggerisco l'idea di usare la numerazione posizionale binaria per contare con la mano. Invece di arrivare solo fino a 5 si può contare in binario con una mano fino a 32 (da 0 a 31) e con due mani addirituttura fino a 1024. E' comodo se dovete mantenere i punteggi durante una partita di ping-pong, usando una mano per ciascun avversario.

Con questa convenzione, il dito medio alzato non è un invito al sesso anale passivo, ma semplicemente il numero 4.

- "Bella bimba, quanti anni hai?"
- ....
- "Maleducata!" - SCHIAFF -

E le corna non sono un riferimento alle libertà morali del proprio partner, ma solo il numero 9.

- "Bella bimba, quanti anni hai?"
- ...
- "Screanzata!" - BI-SCHIAFF -

Ma la più antica rappresentazione dell'irreversibilità del tempo è data da un oggetto reversibile per definizione: la clessidra. La sua forma è affascinante e nasconde un significato intrinseco incredibilmente toccante: a misurare il tempo è la polvere, allegoria del tempo stesso, caduco tropo.

- "Bella bimba, quanti anni hai?"
- "105.000 clessidre, signore"
- "Cafona" - TRI-SCHIAFF! -

Nella magistrale incisione cinquecentesca "il cavaliere, la morte e il diavolo" (nessun riferimento al cavaliere di casa nostra!), di Albrecht Durer, l'orologio invita a meditare sulla breve durata della vita e sull'incertezza del domani. E così faccio io. Meditino, virtuosi, meditino.

Sento pena delle stelle che brillano da tanto tempo,brillano da tanto tempo…
(Ferdinando Pessoa)

DETTO INDIANO

Vuoi far ridere Bhagavan?
Digli quali sono i tuoi piani.

CARPE DIEM

Mi piace avere un blog alquanto visitato benché sia vuoto. O dovrei dire siccome? Mi piace avere un blog carpe diem, dove un testo compare per poco tempo e poi non c’è più. Evanescente, perituro, caduco, come tutto alfine, un diario come metafora universale, essere o non essere, vuvvuvvù.

Sono stufo di un sacco di cose. Della follia del mondo, della democrazia, della velocità. Sì, voglio andare piano, voglio scrivere lettere materiali con la carta e l’inchiostro ed i rispettivi odori ed inviarle a mezzo messaggero, voglio fare l’amore tutta una notte e gustarmi una cena lentamente, voglio andare a piedi, bussare alla porta di un amico e dirgli “posso entrare”? Voglio sedermi e guardare il mare finché non mi si riempiono gli occhi di acqua salata che si confonde con le lacrime. E vaffanculo.

Sono contro la democrazia perché il popolo è in maggioranza costituito da idioti. Sono per una semidemocrazia costituita da un’elite di pensatori decisori intellettuali apolitici. Toglierei il voto agli incolti che non ne esercitano il diritto; a quelli che non hanno un’opinione; a quelli che ce l’hanno ma non sono disposti a cambiarla con l’acquisizione di nuove informazioni; a chi non è disposto a cambiare per crescere. E vaffanculo.

Evviva i folli, purché responsabili della sola propria follia, dialogici idealisti sognatori fanatici guerrafondai, che ridano insieme al loro Bhagavan ma non del mio. E vaffanculo.