L'ozioso è uno che mette tantissima passione in quello che non fa.
(l'aforisma è mio e chi lo copia che gli possano cadere tutti i capelli)
(luca zingaretti è uno di quelli che l'hanno copiato)
sabato 1 dicembre 2007
AFORISMA
lunedì 6 agosto 2007
DEDICATO AD UNO STRONZO DAL NOME IMPORTANTE
La nostra percezione del mondo esterno ha qualcosa a che vedere con il nostro atteggiamento interno. Forse la nostra mente crea alibi basati sulle circostanze esterne che riflettono quel che proviamo dentro.
Il di fuori e il di dentro non sono magari così distanti.
Domanda che pongo solo ai lettori più intelligenti: sono buoni solo quelli che fanno cose che ci piacciono?
L'intelligenza. Un male involontario.
Quand'ero piccolo veniva Alfio a casa nostra, il barbiere. Veniva a tagliare i capelli a tutti. Allora era una festa, quando veniva Alfio, a turno ci mettevamo in bagno su una sedia e lui ci sistemava un asciugamano intorno al collo (ruvido ruvido, ma perché mia madre non usava l'ammorbidente?) e sfricche sfricche, sforbiciava, sfricche, con quelle forbici strane da barbiere, sfricche, ci veniva da via Barberini dove aveva la bottega, sfricche, noi abitavamo lontano, sfricche, lontanissimo da via Barberini, sfricche, e lui veniva, la domenica, a sforbiciare, sfricche, con il suo pettine di corno, sfricche, e le forbici strane, sfricche, poi quando andava via restava l'odore di lacca ed il rumore di sfricche, nell'aria. Domanda che pongo solo ai miei genitori: ma perché non siamo andati noi dal barbiere come tutti i bambini?
La testardaggine. Vizio insopportabile. Bisogna riuscire a riconoscere quando la propria idea non è buona quanto si credeva ed avere il coraggio di abbandonarla, ma non è facile. Mi viene in mente il sistema indiano per la cattura delle scimmie: si lega una noce di cocco ad un palo; la noce ha un foro sopra abbastanza grande perché possa entrare la mano di una scimmia; dentro la noce si mette del riso. Tutto qui. Succede che la scimmia infila la mano nella noce ed afferra il riso. Con il pugno chiuso la mano non esce più dalla noce di cocco e la scimmia non molla la presa, finché non viene catturata. Questo è il punto pazzesco: la scimmia non riesce a stimare correttamente le entità in gioco, non capisce che il valore della sua vita è maggiore rispetto al valore del riso conquistato.
Ma abbiamo ragione noi umani a considerare la vita il valore più prezioso? Se dovessimo rispondere pensando che il valore delle cose è proporzionale alla loro rarità, dovremmo ammettere la volgarità della vita, in quanto comune. Questo è vero solo se consideriamo gli esseri viventi come una massa indefinita di vite sparse. Ma dal punto di vista soggettivo, facendo un primo piano di una singola vita, non è così. Il punto di vista cambia la percezione delle cose, ma non le cose, che sono sempre le stesse. E qui torniamo alla domanda per intelligenti di prima: sono buoni solo quelli che fanno cose che ci piacciono?
Stronzo dal nome importante, ti dico: male ti camuffi da uomo buono e non lo sei; io mi camuffo da cattivo e non lo sono. Forse tu sei destinato al paradiso, allora io all'inferno; di sicuro, e per fortuna, non ci incontreremo mai.
IL SIGNOR BODONI
1760, Roma. E' mattina presto e c'è odore di polvere bagnata, 'ché piove. Passa una carrozza lenta lenta e tintilla un campanello, è il direttore della banca che arriva. La città in bianconero si sveglia piano, non c'è chiasso, quasi. C'è una bottega aperta con una vetrina pulita ed una scritta, in alto: TIPOGRAFIA. Entriamo.
Un ragazzo inchiostra i rulli con una spatola, c'è inchiostro ovunque ed ovunque nerofumo. E' il capo che ha deciso le giuste dosi ed impastato l'inchiostro, solo lui lo fa così bene. L'odore di petrolio a cui tutti si sono abituati, pervade l'aria. Senti?
Il signor Bodoni esce dal suo ufficio e controlla il lavoro. C'è qualcosa che lo infastidisce, sarà la stampa dell'ultima enciclica papale misteriosamente scomparsa, o forse la forma troppo frivola del carattere Times, qualcosa di insondabile lo disturba, sarà quel dolore alla spalla che gli viene tutte le volte che piove, o la distanza assurda che c'è tra la A e la T maiuscole, una voragine, non c'è armonia, non c'è affatto armonia. Cosa c'è che lo rende nervoso non si capisce, sarà quella scritta con l'occhio troppo fino? Poi si ferma e guarda fuori. La pioggia riprende a battere sui vetri, tic tic, il compositore allinea i caratteri, plic plic, il signor Bodoni guarda fuori.
Gli sta per venire un'idea, e noi lo sappiamo.
Da qualche posto lontanissimo è già partita la scintilla che lo attraverserà totalmente, come fanno tutte le buone idee, e lui sgranerà leggermente gli occhi, una impercettibile reazione silenziosa, non se ne accorgerà nessuno tranne noi, che lo sappiamo, e in un istante il destino avrà scritto il suo nome nel Grande Libro.
Ma, oh! eccola, arriva arriva, è qui, entra! La piccola scintilla, sfavillante e densa, l'idea che noi sapevamo, gli passa sopra e dentro, lo elettrizza e in un brivido gli cambia il futuro, cambia il soggetto e l'oggetto, che sono la stessa cosa alfine, e che non sono più.
Il signor Bodoni si gira e torna nel suo ufficio, sembra lo stesso uomo di prima ma non è così, il suo nome è già scritto nel Grande Libro della storia, lui deve solo fare ciò che deve fare, nient'altro che questo, tutto è pronto e lui obbedisce e segue docile il suo destino. Chiude la porta, abbassa le tendine, si mette al lavoro. Piano piano la tipografia si svuota, escono i lavoratori, le macchine si fermano, resta l'energia invisibile del lavoro svolto, le cose cariche di ciò che c'è stato, fogli di piombo accatastati, armadi pieni di cassetti pieni di casse piene di caratteri, e qui attrezzi, e lì strumenti, e inchiostri e nerofumo.
Il signor Bodoni è stato catturato da un'idea e credendo di averla avuta dovrà seguirla. E' ciò che pensiamo di avere che possiede noi, in realtà. Come un'idea, buona o cattiva, che mai sarà soltanto nostra ma anche di tutti quegli altri che non l'hanno avuta per primi, magari nemmeno l'hanno capita fino in fondo, ma l'hanno condivisa.
Il signor Bodoni disegna. Disegna un carattere armonioso che porterà il suo nome, e sarà generoso di spazio ed avrà rotondità e grazia, e fuselli e filetti; fonderà lui stesso le forme scegliendo le dosi dei metalli, li rifinirà uno ad uno, limandoli con la delicatezza di una mamma, e userà quel carattere nelle sue stampe perfette, celestiali, lo farà bellissimo, lo farà eterno.
martedì 31 luglio 2007
...e poi ci incontreremo come le star
a bere del whisky al roxy bar
oppure non ci incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai
ognuno col suo viaggio ognuno diverso
ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi...
(Vasco Rossi)
Ho ascoltato tante volte questa canzone che stamattina canticchiavo, senza un motivo particolare, come tante altre volte. Solo che, a differenza delle altre volte, solo oggi l'ho capita.
Succede che ad alcune canzoni non si fa caso, non subito. Devono prima entrare dentro, seguire come un percorso, nell'apparato uditivo-digerente, metabolizzarsi, sedimentare.
E ci sono persone, tante, che non rivedrò più (in questa vita), ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno perso dentro i fatti suoi...
mercoledì 25 luglio 2007
SATCHMO
(da un vecchio scritto)
Questo signore nero nero dichiarava di essere nato il 4 luglio del 1900, ma la data di nascita esatta è il 4 agosto del 1901. Il 4 luglio è festa nazionale in america e forse lui ci teneva ad essere nato in un giorno di festa. E l'anno in più che si era dato servì probabilmente per farlo figurare più grande e permettergli quindi di accedere prima alle bettole della sua città.
Dunque il 4 luglio 1901 nasce questo bimbo nero nero, in un quartiere malfamato di New Orleans zeppo di bordelli, puttane e bande criminali: Storyville. Ci lavoravano oltre duemila prostitute, e il pappone più importante della città ne stilava annualmente un elenco con tanto di valutazioni estetiche e qualitative.
Il bimbo nero nero è figlio di una domestica e di un padre frettoloso di scomparire per sempre. Vive girando per le vie della sua sudicia città, senza istruzione né educazione né il becco di un nichelino. Ama la musica e canta con irruenza e grinta; più che canzoni le sue sono urla di disperazione, grida improvvisate e storte. Molto improvvisate, e molto storte.
All'età di dodici anni, per festeggiare un capodanno, una notte ruba la pistola ad un tipo mentre questi s'intratteneva con la madre, e spara giocosamente qualche colpo in aria. Viene subito arrestato e chiuso in riformatorio per quasi due anni.
Lì dentro inizia a cantare, a squarciagola, nel coro della prigione. C'era già allora, nei suoi canti smodati, quel tocco di improvvisazione che è il fulcro ed il gusto della musica jazz. Un giorno una guardia che lo aveva preso in simpatia gli regala una cornetta tutta ammaccata, e gli insegna i primi rudimenti di questo curioso strumento, ignaro d'aver così dato l'abbrivio alla formazione musicale di una leggenda della musica, l'impersonificazione del jazz, ineguagliato fantasista nero, il più estroso geniale commovente indicibile eccentrico brillante originale appassionante conturbante suonatore di tromba di tutti i tempi, Louis Daniel Armstrong.
Louis innalzò per la prima volta ad arte ciò che era, e probabilmente sarebbe rimasta sempre e appena, una spumeggiante musica d'intrattenimento, radicata nel folklore del profondo sud degli Stati Uniti d'America.
All'uscita dal riformatorio, per procurarsi da vivere Louis vende giornali, scarica barche, trasporta carbone. Nel tempo libero va ad ascoltare la musica nei malfamati locali della città. Il suo idolo è un suonatore di tromba, tale Joe "King" Oliver, che Louis eleva a padre putativo e chiama "Papa Joe". E' Oliver a regalargli il suo primo vero strumento musicale: una tromba nuova; a mostrargli le meravigliose possibilità dell'improvvisazione jazz; a permettergli di suonare in una band, la sua, e davanti al pubblico, il suo.
Successivamente Oliver si trasferisce a Chicago e il giovane Louis continua a suonare con diverse band nei bassifondi di New Orleans. Suona spesso per rallegrare le vuote attese delle prostitute tra un lavoro ed un altro. A diciotto anni si innamora di una di loro e la sposa; il matrimonio durerà pochi mesi soltanto.
A quel tempo, a New Orleans, le orchestre si esibivano spesso dentro i camion; quando un'orchestra itinerante incrociava un'altra orchestra, iniziava una sfida a suon di note; era il pubblico a decretare il vincitore. Il miglior suonatore da camion del momento era allora l'esuberante Kid Ory.
Un giorno che Louis stava passeggiando, venne fermato da Ory:
Ory (arrogante): - "A chi stai portando quella tromba, moccioso?"
Louis inizia a suonare a ruota libera, veloce ed equilibrato, rendendo incredibilmente bella una scialba canzonetta di moda, le sue dita volano, le guance rotonde e gonfie, gli occhi sgranati che ignorano il futuro, le note piovono, guizzano, giocano, curiosano, saltellano, sincopate e beffarde, le note sparano a zero. Louis scioglie gli ascoltatori e lascia Ory stupefatto e muto. Viene subito scritturato ed inizia a girare con quella band sconosciuta, per le scalcinate strade di New Orleans, sul camion scalcinato di quel suonatore di trombone, muso pallido, Kid Ory.
Un giorno Satchmo (bocca a sacco) riceve un telegramma da Olivier, che gli chiedeva di unirsi alla sua "Creole Jazz Band", a Chicago. A lui sembra l'avverarsi di un sogno ed accetta, trasferendosi immediatamente. La sua tecnica musicale si va sempre più perfezionando e finisce in breve per rappresentare un elemento di attrativa, tanto che Chicago diventa un punto d'incontro focale per i suonatori di tutte le città circostanti.
La fama di Louis cresce, e lui lavora forsennatamente; sua moglie intuisce che Louis sta sprecando il suo tempo a suonare con la band di Oliver, e lo sprona con decisione per dargli una dignità ed una fama propria. Nel 1925 Louis viene chiamato a New York dal pianista Fletcher Henderson, per il quale lavora per tredici mesi. Poi torna a Chicago e fonda vari e indimenticabili complessi musicali (come gli Hot Five, e gli Hot Seven), richiamando a sé anche quel muso pallido di Kid Ory, ormai divenuto piuttosto noto. Infine,
tra il 1926 e il 1928, realizza grandiose incisioni che sono considerate fondamentali nella storia del jazz e su cui si costruisce il suo mito.
Tra il 1930 e il 1935 compie alcune tournée in Europa, dal clamoroso successo; è conteso dalle migliori orchestre americane, suona nei locali più famosi, accompagna le vedette internazionali, partecipa ad alcuni film interpretando per lo più se stesso.
Miles Davis disse di lui, molto più tardi: "You can't play anything on the horn that Louis hasn't already played... even modern."
Si sposa una terza volta con Alpha Smith, da cui divorzia nel 1940. Nel 1942 sposa la quarta e definitiva donna, Lucille Wilson, una ballerina del Cotton Club. Nel 1947 viene organizzato un concerto spettacolare in suo onore alla Carnegie Hall; è un trionfo. Poi forma il complesso degli All Stars e dà concerti dall'Australia all'Europa e al Giappone, dove viene accolto come un re.
Spopola nel 1959 come ospite al Festival Dei Due Mondi di Spoleto. Lavora sempre alacremente e
malgrado abbia una voce roca e rasposa, incide bellissime canzoni in coppia con Ella Fitzgerald ed altre grandi voci del jazz.
Curiosamente, nonostante avesse già accumulato una fortuna, mantiene sempre una fobia implacabile per
la miseria e si fa elargire dal suo manager uno stipendio fisso. Nel 1968 approda come concorrente
a Sanremo con la canzone "Mi va di cantare". Nel 1969 la sua versione di "Hello Dolly", poco jazz e molto pop, cantata nel film omonimo in coppia con Barbra Streisand, arriva prima in classifica e scalza un famosissimo gruppetto di capelloni inglesi: "The Beatles".
Il 6 luglio 1971, nella sua casa di New York, si spegne silenziosamente nel sonno. Addio ad un musicista nero nero che sta ora certamente suonando melodie celesti celesti, dall'altra parte della vita.
Al suo funerale a New York, c'erano oltre venticinquemila anime commosse, più la sua.
martedì 10 luglio 2007
COSE PER DIRE FEMMINE
(da un vecchio scritto, riesumato)
"Siamo convinti di possedere le cose, mentre spesso sono loro a possedere noi."
Qualcuno l'ha detto ma non so chi. Difficilmente ricordo qual è la fonte, ma ricordo l'acqua, la bevo e diventa mia. E' che non amo parlare di persone. A volte parlo di fatti. Ma più di tutto mi piacciono le idee. Sono personali, ma si possono dare senza perderle, si possono migliorare senza cambiarle, si possono cambiare senza rimpiangerle.
Le idee fanno girare il mondo, insieme ai soldi e alla fica. Vorrei poter dimostrare che i tre elementi sono la stessa cosa, ma non credo la spunterei mai; e allora teniamole distinte.
Le cose, dicevamo, pur non avendo un'anima, ahinoi le amiamo. Cosa dobbiamo dimostrare di essere, avendo? Pura retorica e se dopo la domanda hai beccheggiato con la testa a dire sì, forse non ci hai pensato bene. Soffermandoti potresti cambiare idea: infatti ti dico che le nostre cose parlano di noi, fanno parte di un linguaggio non verbale preciso, con le sue regole, la sua grammatica, ed i suoi errori.
Le cose, ci servono davvero tutte? Magari nessuna ci serve, solo che non saremmo noi, senza, saremmo noi meno le nostre cose, grassa sottrazione. Quelle tue cose, uomo, fanno parte del tuo carisma, non saresti uomo lo stesso, senza, e lo sai bene. O sennò accomodati, indossa saio, sandali e null'altro, pendulo il battaglio, finalmente libero, ora di palesare un fugace pensiero privato, ora di dimostrare la sua molle, muliebre sensibilità al freddo.
Per non parlare delle femmine. Che infatti hanno sempre freddo. Prendi una mano, ed è fredda. Prendi un piede, ed è freddo. Dai un bacio, stalagmiti sul naso. Se in auto accendi l'aria condizionata, t'aprono il finestrino, e parlo del mese di luglio! Amano quel benefico teporino di 50 gradi che c'è nell'abitacolo, tanto non sudano mai. Saranno umane? Chiaro che no. Però sono: amabili, belle, cocciute, disponibili, estrose, fobiche, gioiose, hegeliane (con l'h non mi veniva niente di meglio (ah ma perché sono in ordine alfabetico?)), iconiche, lascive, mordaci, nevrotiche, orali, passionali, quidsimili, restie, succulente, tenaci, umorali, voluttuose, zitane. E ci piacciono così.
A volte.
sabato 5 maggio 2007
TOGLIMI GLI ALTRI SENSI
Il pianista siede sul panchetto (scricchiola), il pubblico trattiene il respiro, il pianista si sistema, il pubblico guarda le mani del pianista allungarsi sulla tastiera del pianoforte, il pianista non pensa a nulla, onestamente, svuota la sua mente dai nomi che gli uomini hanno scelto per le cose, al loro significato, il segno perde il senno, il senso cede. Non c'è nulla in quell'attimo rarefatto, non c'è nemmeno la storia, tutto è sospeso nel limbo impalpabile di ciò che sarà, verrà, tra un'era, un secondo, adesso.
Il pianista è vuoto e non ha nulla se non quella piccola, divina scintilla che tra poco accenderà un enorme fuoco. Il pubblico lo sa ma ancora ignora quanto sarà grande quel fuoco, il silenzio è carico come un fucile mitragliatore, il pianista ha il dito sul grilletto, l'occhio nel mirino. Il pianista stringe il seme nelle sue mille mani, il pubblico ascolta il silenzio più pregno che possa esistere e non osa, non osa nemmeno pensare a ciò che quel seme sta per diventare quando... Ecco! Il pianista getta il seme, scocca la scintilla divina, ecco! lui tira il grilletto ed è fuoco. Snocciolano i suoni, gli spari, onde, carezze immense, radici, tronchi, rami, alberi, foreste, il mitra stende il pubblico, lo annienta, i birilli che saltano, la scintilla è rogo, divampa l'anima, il pubblico è colpito, assorbe e soffre, che altro può fare? Il pianista vola ma non è solo, trascina tutti nella sua scia, il vortice ci inebria, gira il mondo (o siamo noi?), girano gli astri nel meccanismo galattico, incessante, orologio dei tempi, e foglie e foglie e rami, come soffre il pubblico, ferito, arso, guarda come vola, ma che altro può fare?
Il pianista mette le note lì dove devono stare, e lì docili restano nello spazio infinito d'una vibrazione atomica; freddo, caldo, gelo, inferno, non siamo niente ma siamo con te, come te, siamo te se tu sei noi, non smettere più, non smettere. Il pianista regala l'ultima nota dominante, d'improvviso si ferma, osserva il suo creato, ora si può alzare. Il pubblico è attonito, il fragore di ciò che è stato ha stordito l'anima, l'applauso non parte ancora, c'è chi piange, che altro può fare?
Là fuori piove ma siamo immuni ormai dagli agenti del mondo, il pianista ci ha sparato e siamo morti per rinascere più puri, abbiamo volato toccando il cielo e che cos'altro potevamo fare?
Se ci sei, tu, toglimi gli altri sensi, voglio solo sentire, solo sentire...
Dedicato a Wolfgang Amadeus Mozart, Keith Jarrett, e a tutte le sue altre incarnazioni.
giovedì 3 maggio 2007
THOU DIDST CREATE THE NIGHT
Thou didst create the night, but I made the lamp.
Thou didst create clay, but I made the cup.
Thou didst create the deserts, mountains and forests,
I produced the orchards, gardens and groves.
It is I who made the glass out of stone,
and it is I who turn a poison into an antidote.
Muhammad Iqbal*
Traduzione:
Tu creasti la notte, ma io feci la lampada.
Tu creasti l'argilla, ma io feci la tazza.
Tu creasti deserti, montagne e foreste,
io inventai frutteti, giardini e piantagioni.
Sono stato io a fare il vetro dal sasso,
e sono io che trasformo il veleno in un antidoto.
* Poeta, filosofo e politico indiano musulmano, ha scritto opere in lingua persiana e urdu.
martedì 17 aprile 2007
MANDAR
Mandar fa il guardiano, nell'armeria di stato del distretto di Mumbai, India. Qui sono arrivate proprio ieri le nuove mine antiuomo. Sono ordigni progettati per mutilare un essere umano senza ucciderlo. Nella perversa economia bellica, un uomo ferito rispetto ad un uomo morto costa di più al nemico: il ferito va curato, assistito, ricompensato. Il morto invece, si seppellisce e addio. In quest'ottica, la vita umana non ha valore inerente, quanto è più grave l'estrinseco nocumento.
Mandar fa il guardiano e il suo compito è stare lì a sorvegliare le mine. Un lavoro semplice, finché va tutto bene. Un lavoro orribile, a pensarci. E nemmeno gli è permesso di fumare. Il suo passatempo potrebbe essere quello di leggere un libro o di scrivere poesie d'amore. Invece no.
La Repubblica dell'India è un Paese considerato in via di sviluppo; un miliardo di persone pacifiche che tentano di uscire dalla morsa della povertà nera. Ma entrare nel gioco degli equilibri del mondo significa anche, e soprattutto, attrezzarsi per avere la possibilità di difendersi. Armandosi. Mentre un miliardo di persone annaspano per sopravvivere, la classe dirigente indiana corre agli armamenti. Ovunque si trovi ora, il Mahatma Gandhi, fautore ed ideatore della strategia della non-violenza, fissa il vuoto coi suoi occhi puntuti, colmi di sdegno. Così come fa Mandar.
Mandar di mestiere fa il guardiano, nell'armeria del distretto di Mumbai, dove proprio ieri sono arrivate delle mine antiuomo; lucide, ferali, meccaniche, mine. Per passare il tempo Mandar potrebbe benissimo scrivere poesie d'amore, come faceva da ragazzo, di nascosto dai suoi. Si vergognava di farlo, di avere questo ardore letterario che gli arrostiva l'anima, dunque scriveva segretamente, ogni giorno di mattina presto; un immancabile appuntamento quotidiano con quella sua rigorosa mania di scrivere. Poi si asciugava le lacrime e andava a scuola. Rileggendo se stesso si commuoveva, se ne vergognava e si sentiva fragile per questo. Filava tutto liscio così finché un giorno suo fratello non scoprì un suo diario e lesse; così fece anche il giorno seguente e poi ancora, sempre più stupito e anche incredulo nello scoprire un talento così vigoroso ma insieme tenero, un genio inaspettato e insieme grandioso. Mentre Mandar era a scuola, suo fratello così leggeva:
(fai una piccola pausa, per favore)
(cinque-sette-cinque, sembra un heiku ma è più lungo)
Anche domani
mi sveglierò e ancora
non per me solo
ma per non far torto a te
al tuo splendore
liquido, immenso fuoco
amico Sole.
(fai un'altra piccola pausa, per favore)
Quando il fratello di Mandar lesse quelle poesie, Mandar si sentì violato e le distrusse.
"Non devi vergognarti di ciò che scrivi" - gli disse suo fratello - "è così bello. Io ti chiedo scusa, ma non riuscivo a smettere di leggere e mi commuovevo".
"Come," - disse Mandar - "un uomo come te, che piange?".
La risposta seguente Mandar la ricevette come uno schiaffo e non la dimenticò più. Non la dimenticò quando suo fratello venne ucciso da una mina antiuomo, non la dimenticò nemmeno quando si presentò per quel lavoro di guardiano, nell'armeria di stato del distretto di Mumbai; non la dimentica tutt'oggi quando, nell'armeria, si dedica al suo passatempo preferito. Mandar non dimenticherà più ciò che suo fratello gli disse:
- "Mandar, fratello mio, un uomo è fatto di sentimenti, soprattutto. Se li reprime o se ne vergogna, che uomo è?".
Mandar di mestiere fa il guardiano e il suo passatempo potrebbe benissimo essere quello di leggere un buon libro oppure scrivere poesie d'amore, come faceva un tempo. Invece no. Mandar entra nella sala delle mine, durante la notte, e con grande pazienza, attenzione e rischio, infila le mani sapienti nei posti giusti, compie gli appropriati gesti, esegue un rito: ne disinnesca una.
Impiega tutta una notte per disattivare una sola mina, viene sporadicamente interrotto dalle ispezioni dell'ufficiale di servizio e dalla chiamata del capo della guardia. Normale routine. Ogni notte, un'altra mina viene resa inerte dalle mani dapprima tremanti, poi sempre più esperte, di Mandar. Un indiano coraggioso, Mandar, che avrebbe potuto fare l'avvocato o il venditore di spezie, ma che ha scelto quel mestiere perché fosse utile agli altri, chiunque saranno; perché quelle mine sotto la sua custodia funzionassero, non funzionando; perché Mandar, a differenza di Ghandi, non abbraccia la filosofia della non-cooperazione, ma della ribellione pacifica.
Oggi Mandar fa qualcosa di più che emozionare il mondo con una poesia: rende innocuo ciò che è mortifero. Le sue mine non mutileranno nessuno, inermi come sono. Oggi suo fratello sarebbe ancora più orgoglioso di lui, che ha imparato a piangere e a smettere di farlo; oggi che Mandar sa di cosa è fatto un uomo.
mercoledì 11 aprile 2007
sabato 25 novembre 2006
venerdì 24 novembre 2006
AH, GOOGLE
Alcune chiavi di ricerca con cui qualcuno è arrivato qui:
- nomi cantanti napoletani piccoli
- ingredienti colla coccoina
- preparativi sesso anale
- il piacere anale a quattordici anni
- significato dito medio alzato
- sesso anale con gabbiani
- le dita delle mani crescono a dismisura
- contratto transitorio como vista lago
- se ami il tuo capo e lui non lo sa
lunedì 20 novembre 2006
FERNANDO SABINO
Ele faria da queda um passo de dança,
do medo uma escada, do sono uma ponte,
da procura um encontro.
(Fernando Sabino)
[Egli avrebbe fatto
di una caduta un passo di danza,
della paura una scala, del sonno un ponte,
della ricerca un incontro.]
--
Questo testo è l'unica frase interessante del libro di Sabino intitolato "O encontro marcado". L'ho letto a fatica, aspettando invano che succedesse qualcosa, sperando che il tedio di una vita sprecata si rivolgesse a un tratto a costruire la sua storia. Sono partito dalle radici ed ho atteso la nascita di una pianta, ma le radici sono rimaste tali, si sono seccate, atrofizzate e la pianta è rimasta un desiderio.
Non trovo affascinante la perdizione di vivere una vita dissestata tra fumi dell'alcol e talento sprecato; non trovo interessante il problema della difficoltà di vivere, che tutti hanno. Non godo nell'osservare la scialba vita degli altri, i loro dolori. Ho già i miei.
Avevo grandi aspettative, Fernando, grazie a quel tuo promettente incipit, ma sono state disattese. Potrai mai farti perdonare da me?
giovedì 27 luglio 2006
lunedì 24 luglio 2006
venerdì 14 luglio 2006
COSI' VA IL MONDO
È così che va il mondo
anima mia
ci sono strade, a volte
e persone a percorrerle
e ci sei tu
triste da tempo
che ne scegli una
a salire
singolare, ma non solitaria,
una strada di nomi
di tutti i nomi.
È così che va il mondo
anima mia
ci sono donne e uomini
a rincorrersi
nell’affanno della vita
e piantano un albero, a volte
lasciano un libro, un figlio,
un po’ di polvere
di sé.
E io,
che anche cammino, a volte
non so piantare alberi,
scrivere libri
né educare figli
riesco a sentire però
il respiro del mondo
nel canto di un grillo
e ti sorrido, triste
mentre ti guardo salire,
salire.
Così va il mondo, a volte
soffia un piccolo vento
e cambia la storia,
così in un momento
io divento piccolo piccolo
e immensa, tu.
venerdì 28 aprile 2006
ROMA VISTA DAL BASSO
C'è una Roma che conoscono in pochi, Roma sotto ai ponti, Roma barbona. Emarginata, sconfitta, impaurita. Una Roma dimenticata. Mentre dall'alto di Piazza San Pietro l'omino vestito di bianchi e pregiati drappi, saluta.
venerdì 21 aprile 2006
ALLA VITA
Alla vita
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'aldilà.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
(Nazim Hikmet)
(Me ne approprio ogni volta)
martedì 11 aprile 2006
lunedì 3 aprile 2006
IL FLUSSO DEL TEMPO
No, non sono più d'accordo con la visione ellenica del tempo (post).
Passa il tempo e trovo sempre meno concetti consolidati, vado in disaccordo perfino coi miei propri (vecchi) pensieri. Sarà evoluzione o involuzione? Crescita o implosione?
Oggi la penso così.
Il passato non esiste. Qualunque tempo passato dipende da una variabile assolutamente arbitraria, parziale e soggetta a deperimento: la memoria. Il passato è un'idea, un accenno, è come una lacrima che qualcuno non deve vedere. E' dunque così instabile da perdere qualunque affidabilità. Non piangere più, Minerva, le tue lacrime già sono una splendida costellazione.
Il futuro è concreto, un piano singolare, è un progetto. Non può deludere finché non accade, perciò è potenzialmente perfetto. E' una promessa mantenibile, come l'amore. Lo sanno Afrodite e Venere, lo sa la fioraia sfiorita e l'amante disillusa. Lo sa Kama e lo so anche io.
Il presente è terra di nessuno, è il complicato e coraggioso tentativo di cucire insieme due mondi incompatibili. E' Giunone, è questo testo, è un ignaro filo d'erba, è il tutto che già non è più, è una pioggia immobile, rimpianto.
Tra l'indeterminatezza del passato e la perfezione del futuro, scelgo di godere il mio presente, ignorandolo. Quel che resta è la Speranza, grande, superba, rotonda, capitale. Personale. Mia.
venerdì 17 marzo 2006
FALLACE E' GOOGLE
Qualcuno è approdato su questo blog attraverso Google con la seguente frase di ricerca:
"come prepararsi al sesso anale".
Dico a te, che hai cercato risposte e invece sei arrivato in questo luogo in cui al massimo troverai domande, dico a te siccome penso che tu non abbia trovato quello che cercavi, a te dico: non penso che ti serviranno preparazioni particolari, né magiche pozioni. Voglio dire, lasciati andare, e va da sé.
E comunque, poi facci sapere.
Ah, gente.
giovedì 16 marzo 2006
venerdì 10 marzo 2006
PUNTI FISSI
Punti fissi di oggi:
1) Io sono talmente rompicoglioni che pure la tristezza, più di tre giorni non resiste e se ne va.
2) Sempre più gente va fuori di testa, gli parte la brocca. Sbroccano, si dice qui. Gli esce il senno dalle nari dopo uno sternuto violento, si microfrantuma e niet più.
3) Il mio amico ha le ossa che crescono a dismisura. Si sta espandendo a vista d'occhio. Vuole forse diventare ubiquo? Quo vadis? Ubi me paret!
venerdì 3 marzo 2006
TEORIA DELLA SPAZIALITA' SINGOLARE
Lo spazio euclideo è composto da punti adimensionali.
I punti raggruppati formano zone di dimensione finita.
Le zone che non contengono punti sono zone vuote, o antizone.
Due o più zone aventi la stessa forma e dimensione si dicono omomorfe.
La teoria dello spazialità singolare asserisce che in una zona può vivere una ed una sola antizona ad essa omomorfa.
Mi fa: "Ho troppi cazzi per il culo."*
Dico: "Questo viola la teoria della spazialità singolare. Ne puoi avere uno solo, magari grosso, ma uno."
Mi fa: "Ciò non allevia il dolore..."
Conslusione: è meglio avere un solo, grande nemico piuttosto che tanti piccoli.
* Gretto sinonimo di "problemi".
giovedì 2 marzo 2006
mercoledì 21 dicembre 2005
IL SEGRETO DELLA VITA
Una volta che UBER se ne stava a zonzo nel bosco (questo è un luogo che nella favolistica tradizionale, e nel nostro inconscio, evoca mistero e la paura della solitudine; nel bosco siamo niente siamo fragili siamo soli, nel bosco fa freddo e non c'è uscita, gli alberi ad alto fusto impediscono di vedere il cammino e perfino la luce del sole, lì succedono cose brutte, nel bosco di certo morremo) e venne d'improvviso catturato (visto?) dalle guardie nemiche di un villaggio nemico ed ivi di forza portato al cospetto del re nemico, che lo guardò con sguardo nemico dimostrandogli così tutta la sua nemicizia!
Cominciamo bene, direte voi.
Il Re nemico, chiamiamolo MENER, a brutto muso gli disse che l'avrebbe ucciso.
Glielo disse così:
- "UBER, io ti ucciderò."
Voi che avreste fatto?
- "Non mi uccidere" - replicò UBER - "il mio popolo ha bisogno di me, farò qualunque cosa tu vorrai se mi lascerai vivere."
MENER non era uno sciocco e volle approfittare dell'offerta. Ci pensò per un tempo che a lui sembrò qualche attimo (mentre a UBER sembrò lungo come una camminata lungo la striscia di Moebius*) e decise che sì, gli avrebbe dato la possibilità di vivere, in cambio di qualcosa dello stesso valore:
- "UBER, io voglio sapere da te qual è il segreto della vita. Se riuscirai a dirmelo sarai salvo, altrimenti, UBER, io ti ucciderò. Hai un anno di tempo per saperlo. Accetti?"
UBER accettò. Di volta al suo villaggio fu festeggiato per 8 giorni ininterrottamente. Quindi chiamò i suoi uomini più validi e raccontò loro l'accaduto, chiedendogli di trovare la soluzione al dilemma. Così tutti si sforzarono e pensarono, giorno e notte, notte e giorno, cercando di trovare la soluzione al quesito di MENER per salvare il loro Re. Niente. Nessuno, proprio nessuno riusciva a trovare quale fosse mai il significato della vita. Nemmeno il capo della guardia, chiamiamolo GOPAC, uomo valoroso e grande amico e confidente di UBER, sapeva come rispondere. Il tempo passava in fretta, i giorni diventavano settimane, mesi, stagioni... Niente.
Voi che avreste fatto?
UBER stava quasi per rassegnarsi ed accettare il suo nefasto destino, quando gli venne in mente la possibilità di interpellare la vecchia fattucchiera del villaggio, BRUNILDE (eh sì). Lei lo accolse, lo consultò, rispose:
- "Io conosco il segreto della vita. Posso dirtelo, UBER, ma in cambio voglio essere la sposa del tuo amico, il capo della guardia reale, il bel cavaliere, GOPAC."
- "Non è possibile, BRUNILDE" - rispose UBER - "non posso offrire in moglie al mio amico una donna vecchia e brutta come te."
- "Allora va', UBER, la morte ti sta già aspettando."
Mancavano pochi giorni, il tempo stava per scadere. Che fare? Rovinare per sempre la vita di un amico per salvare la propria e quella del suo popolo? Portare il fardello del rimorso o perdere ogni cosa?
Voi che avreste fatto?
UBER parlò con GOPAC e gli chiese consiglio. GOPAC era uomo valoroso, non ci pensò nemmeno: stoico gli disse di accettare la proposta della vecchia fattucchiera, BRUNILDE; l'avrebbe sposata con gioia pur di salvare la vita del suo Re. UBER lo avvertì:
- "Tu sai che ciò implica l'adempiere ai propri doveri coniugali, ogni giorno..."
- "Certo mio Re, sono pronto" - ripose GOPAC.
Di fronte a tanta convinzione il Re accettò. Era l'ultimo giorno utile, perciò tornò di fretta da BRUNILDE e le comunicò la sua decisione, chiedendole di dirgli alfine il segreto della vita. Lei glielo disse così:
- "UBER, mio Re, tu sei un uomo saggio e la tua decisione dimostra che preferisci sacrificare la felicità di un uomo, ancorché tuo grande amico, per il bene del tuo popolo; UBER tu sei un uomo coraggioso" - la tirava un po' per le lunghe, ci teneva al suo quarto d'ora di celebrità! - "sin da quando eri bambino, e la regina tua madre ti portava al lago..."
- "..."
- "...ed ora ti dirò il segreto della vita..."
- "..."
- "Se ami qualcuno, lascialo libero."
UBER si alzò di scatto, corse al villaggio nemico, si presentò al cospetto del re nemico, che lo guardò con sguardo nemico e gli chiese nemichevolmente:
- "Allora?"
UBER si prese il suo tempo per rispondere. Il momento era solenne e lui non voleva essere da meno; assunse l'aria più solenne possibile, e solennemente disse. Disse:
- "Il segreto della vita è: se ami qualcuno, lascialo libero."
MENER annuì. Era la risposta che attendeva, così con tono calmo, benché nemico, gli disse:
- "Va', ora sei libero."
UBER tornò al villaggio dove erano già iniziati i preparativi per il matrimonio tra BRUNILDE e GOPAC. Lei era molto felice. Lui fingeva altrettanto. UBER dimostrava invece tutta la sua tristezza. Il popolo era in festa.
Le nozze furono maestose, cibi, fiori, musiche, danze. Ogni bontà, c'era. Ogni desiderio, soddisfatto. Ogni bellezza, vista.
La prima notte dopo le nozze, GOPAC era preoccupato, ma non si sarebbe tirato indietro. BRUNILDE si assentò per prepararsi, gli disse che sarebbe tornata presto, e di aspettarla. GOPAC si predisponeva alla brutta esperienza prendendo lunghi respiri profondi e facendosi forza da sé.
Voi che avreste fatto?
Di lì a poco, inaspettatamente, uscì dal bagno una creatura meravigliosa, la più bella donna mai esistita, giovane e sensuale, la più eterea, scultorea, diafana, succulenta donna fra tutte le donne mai state mai. Gli occhi confusi di GOPAC si domandavano chi fosse così lei rispose:
- "Non meravigliarti, sono io, BRUNILDE, la fattucchiera. Questo è il mio vero aspetto, posso rivelarlo all'uomo che mi ha preso come sposa, ma non posso farlo sempre. Soltanto per metà giorno sarò così, per il resto sarò come tu mi hai conosciuto. Ora, GOPAC, tu devi scegliere i tempi: mi vuoi bella durante il giorno, così che tu possa mostrare a tutti quale bellezza hai sposato, o preferisci avermi bella di notte, quando nell'intimità del talamo sarà il momento d'amarmi?"
GOPAC la trombò all'istante.
In effetti era difficile resistere a tanta bellezza e sensualità, perciò decise di rimandare quella discussione alla mattina seguente, eppoi era difficile far funzionare i neuroni, mentre impazzivano gli ormoni... Ma venne la mattina, BRUNILDE accanto a lui tornò ad avere l'aspetto di sempre, GOPAC doveva scegliere.
Voi che avreste fatto?
Ma GOPAC aveva già deciso e glielo disse così:
- "BRUNILDE io ti ho presa in sposa per salvare il mio Re, ma sono pronto a condividere la mia vita con te per sempre, perché così ho promesso. Farò in modo di amarti con qualunque aspetto ti vorrai presentare, sia di fronte agli altri che nella nostra intimità, perciò quale dovrà essere il tuo aspetto durante il giorno è una decisione che lascio prendere a te, dacché il tuo aspetto ti riguarda ed io vorrò sottoscrivere appieno la tua decisione."
Allora BRUNILDE si trasformò di nuovo, ridiventò la bellissima donna della notte precedente, ed in un abbraccio asfissiante fu felice, innamorata, piangente, radiosa, e glielo disse così:
- "GOPAC con queste parole tu mi hai conquistata per sempre e perciò ti meriti un premio speciale: il mio aspetto non cambierà più, mai più; resterò sempre così come mi vedi ora, e per sempre sarò soltanto tua".
GOPAC aveva capito il segreto della vita.
L'aveva lasciata libera di scegliere.
Aveva ricevuto un premio speciale.
Era libero.
lunedì 12 dicembre 2005
SOGGIOGATI DA UN IMPLACABILE DESTINO
Sghemba 1: "ohibò"
Sghemba 2: "piacere e... addioooooo..."
Mentre impollinavo pensieri astrusi così, l'attenzione venne catturata dall'udir d'un botto sordo, né troppo forte né troppo piano, come di un petardo che scoppia all'aria aperta. Poi a seguire una specie di miagolio lamentevole, niente di preoccupante, un botto sordo come tanti e un miagolio lamentevole come tanti. Sarà già capitato a tutti, e poi dimenticato.
E allora ecco altri pensieri svolazzanti, di quelli così vari che sembra passi un'ora invece è poco tempo. Pensavo alla concezione del tempo che avevano gli antichi greci, anzi alla sua raffigurazione. Al contrario del pensiero moderno occidentale, per loro il futuro non si trovava davanti ma dietro l'osservatore. Davanti c'è il passato; ben visibile e nitido quello recente, più sbiadito quello remoto. Alle spalle, in attesa di passare, il futuro, a tutti ignoto. Dunque ce ne stiamo immoti a vivere il presente, che è quell'attimo impalpabile in cui il futuro trapassa, e svelandosi diviene subitamente caro, cheto, molle. E non siamo noi a camminare, sibbene è il tempo a trapassarci, il tempo che non ci appartiene, non ci conviene, soltanto ci resta quella seccante consapevolezza ch'è passato.
Nientedimeno me ne stavo lì a impollinar pensieri mentre colle mani ripittavo il motoretto, quand'ecco irrompere lo strillo d'una donna, disperata - affranta - sgomenta, "non è possibile, non è possibile...". Era la vicina che strillava con tutta l'aria dei polmoni, e con quell'ebbra incredulità che abbiamo noi umani, tutte le volte che ci investe una disgrazia ch'è più grande della nostra inaccettabile fragilità, più grande della certezza delle nostre tiepide abitudini, più grande delle mille risposte impacciate che chiunque tenterà di farfugliare. "Non è possibile, non è possibile...", la disgraziata piangeva e si straziava, disperata.
C'è un momento poco più avanti, quando passa l'infondata illusione che sia tutto un incubo, e resta l'amarezza di dover accettare quel maledetto destino; in quel momento preciso e di feroce crudeltà, è dura.
Mi avvicinai al cancello d'ingresso e la vidi in ginocchio, piegata nella più completa disperazione, suo marito steso in terra in una pozza di sangue e accanto il suo fucile da caccia, scarico. Si era sparato, in un attimo di pura follia, in cui la sua nevrosi depressiva aveva avuto la meglio sulla sua propria coscienza.
Noi, soggiogati da un implacabile destino, magari non predeterminato ma immutabile, magari non meramente casuale ma inflessibile - freddo - cieco - spudorato destino, stiamo.
Noi, tra le regole del mondo, dove il futuro si cela beffardo proprio qui dietro, dove il tempo non esiste se non per costruire la nostra storia, tra queste regole puerili e folli, stiamo.
mercoledì 30 novembre 2005
NAUMDA'
Dopo miliardi di miliardi di miliardi di combinazioni... un certo giorno, una volta, in un certo istante esatto... Zac! Ecco la scintilla della vita! Una molecola ben fatta che, non sarà eterna, ma è in grado di autoriprodursi, ecco l'idea, ecco il DNA, un acido! Da quel punto esatto ebbe inizio la storia, quella che cambia; ecco le cellule, le piante, gli animali, i batteri, le uova, i cantanti napoletani, gigi marzullo e poi la bomba atomica.
Ma aspetta, siamo ancora agli animali; altri anni passavano e non cambiava niente. La natura o il caso o entrambi a questo punto dovevano scegliere un animale per dargli il lume dell'intelligenza, per farlo evolvere; tentarono con i topi, ma il nome non convinceva: Topo di Neanderthal. Anche l'idea delle anguille fu abbandonata presto: l'Anguillonis Erectus non avrebbe mai funzionato. Anche qui si susseguirono diversi naumdà, prima di scegliere. Poi si pensò a quei curiosi animali dalle braccia lunghe e dalla folta peluria: i Lucio Dalla... ehm no, dicevo: i gorilla. Dacché la natura voleva essere scoperta, l'animale predestinato all'evoluzione doveva essere predisposto all'arroganza, un ingrediente fondamentale del pasticcio umano. L'arroganza trasformò una umile bestia ricurva in un dignitoso signore. La chiave dell'evoluzione sta dunque nell'erezione dell'uomo!
Non mi s'appelli dunque a sciupafemmine, sibbene e semmai sono un proevolutivo.
E uomo fu. Arrogante, presuntuoso, avido, egocentrico. Tutte le cose che incontrava e che non conosceva già, diceva di averle scoperte! E' stato così per il fuoco, l'America, e il punto G. Perché la natura ha così tanta voglia di farsi scoprire? Perché siamo proprio noi a dover disegnare la mappa dell'universo? Nella nostra triviale imperfezione siamo davvero stati scelti? Inventati? Oppure ancora una volta l'obiettivo non era arrivare, ma andare?
La verità è che anche noi umani siamo un naumdà destinato a scomparire sotto la coltre del tempo. Senza vergogna alcuna, dacché impudica è la natura o il caso o entrambi. Siamo qui da pochi secondi, nel calendario della storia del mondo, e ne abbiamo già fatti parecchi di danni al nostro (?) pianeta. Lo abbiamo stravolto, martoriato, umiliato. Lo stiamo uccidendo, ci stiamo estinguendo. Siamo passati.
Ed è sfratto esecutivo. Mi figuro il cartello che verrà esposto tra poco nella bacheca della nostra galassia:
PIANETA TERRA AFFITTASI
Cara natura o il caso o entrambi, gli ingredienti con cui hai preparato il pasticcio umano erano forse quelli giusti ma, lasciati dire, le dosi le hai toppate in pieno. Naumdà, naumdeu.






